Musumeci, le lettere dal carcere: «Mi raccontano di un luogo infernale, con la pandemia il colpo finale»

Ex ergastolano ostativo e scrittore, tre lauree prese in cella. Nei suoi libri racconta le ombre del sistema penitenziario italiano. La sua storia da un carcere all'altro fino al trasferimento a Spoleto
«Nel penitenziario umbro, grazie a un direttore illuminato, persi gli alibi da cattivo. Ma il sistema nel nostro Paese è una fabbrica di futuri delinquenti»

«Le amicizie più durature nascono nei luoghi dove c’è sofferenza». Carmelo Musumeci, ex ergastolano ostativo in libertà condizionale, continua a ricevere le lettere dei suoi vecchi compagni. Convive con un senso di colpa: avercela fatta, essere eccezione, con le sue tre lauree e i suoi racconti. Il primo libro lo ha scritto durante la detenzione nel carcere di Spoleto, dove dice di aver «incontrato il bene e di aver perso gli alibi da cattivo».

Gli amici – Chi è ancora dietro le sbarre gli racconta di contagi, di servizi postali rallentati, di sezioni piene di positivi, di attività sospese. A volte a scrivergli sono mogli di detenuti, che dicono di vivere «ogni giorno con la paura di qualche brutta notizia». Altre volte riceve scorci di vita carceraria al tempo della pandemia: «Te lo ricordi zio T., quella persona anziana e malata di diabete che avevamo di fronte alla cella di Spoleto? Ha preso il Covid, ma nonostante i suoi 82 anni regge e quando vado nel cortile del passaggio e gli chiedo “come va” lui mi risponde con dignità, senza lamentarsi mai: “Bene!”. Ma, sinceramente, da quando ha preso il virus è dimagrito di 10 chili…».

Il «fallimento» del sistema penitenziario – Carmelo Musumeci, classe 1955, è fuori dal 2018. Un provvedimento del Tribunale di sorveglianza di Venezia ha trasformato in ordinario il suo ergastolo ostativo. Ha quindi potuto accedere prima alla semilibertà nel carcere di Perugia e poi alla liberazione condizionale. Continua a combattere contro il “fine pena mai”. Ma per Carmelo il carcere va riformato, per quelli che prima o poi usciranno. Così com’è «è una fabbrica di futuri delinquenti. Lo dicono i dati sulla recidiva. Il 70% di quelli che entrano ci ritornano». Alle vecchie preoccupazioni se ne aggiungono di nuove. «Il carcere era già un luogo infernale» racconta Musumeci. «Adesso in alcune strutture non possono entrare i volontari, non si possono fare colloqui» spiega. «Se già molti fuori soffrono perché non possono uscire nelle comodità delle loro case, potete immaginare un detenuto chiuso in una cella senza colloqui, senza vedere nessuno – insiste – e con la preoccupazione per i parenti. Il carcere è molto peggiorato, questa pandemia gli ha dato il colpo finale».

La sua storia – È considerato un «esempio positivo» per il suo percorso riuscito di reinserimento, ma lui preferisce definirsi «il fallimento del sistema», perché «il carcere non è riuscito a peggiorarmi» dice. Lo arrestano per la prima volta nel 1972, dopo un’adolescenza in un collegio del nord, lontano dalla sua Sicilia. Il carcere minorile è, per Carmelo, una «scuola di malavita». Negli anni Ottanta lo chiamano il «boss della Versilia». Nel 1991 è di nuovo arrestato. Viene condannato all’ergastolo ostativo per associazione per delinquere di stampo mafioso, omicidio, estorsione e detenzione di armi e sottoposto al regime del 41 bis. Nell’anno e sei mesi di isolamento diurno tocca il fondo. È una lettera a salvarlo: un maestro gli propone di iniziare a studiare. All’epoca Carmelo ha la licenza elementare e non può ricevere libri. Le sue prime letture sono pagine strappate e infilate dentro le buste della corrispondenza.

Cosa mi ha salvato – «Ero un detenuto scomodo – racconta Musumeci – studiavo giurisprudenza, conoscevo i miei diritti e lottavo per vederli applicati. Nessun direttore mi voleva, fino a che Ernesto Padovani, direttore illuminato del carcere di Spoleto, decise di prendermi». Quando gli si chiede cosa lo ha salvato, risponde che sono state «le relazioni sociali». «È difficile cambiare da solo, chiuso in una cella senza incontrare nessuno», aggiunge Musumeci, che racconta di essersi trovato per la prima volta di fronte a dei volontari proprio a Spoleto: «con loro ti levi un po’ la maschera, difficile che tu lo possa fare con le guardie carcerarie».

Rimediare agli errori – Dice di averlo cominciato a fare solo dopo essere entrato nella comunità di don Oreste Benzi a Bevagna, dove assiste i disabili. Durante la detenzione non c’è spazio per il senso di colpa, perché «nelle carceri italiane – sostiene – la pena è fatta per fare male» per via del sovraffollamento, della mancanza di affettività, dei contatti sporadici con i familiari. Il risultato è che non matura alcun senso di colpa, conclude Musumeci, «perché non pensi più al male che hai fatto in passato, ma a quello che ricevi tutti i giorni».

Autore

Ludovica Passeri

Nata a Roma il 22 giugno 1995. Diplomata al liceo classico Terenzio Mamiani. Laurea magistrale in Storia alla Sapienza con Erasmus presso l’Université Paris-Sorbonne e borsa di ricerca tesi all’estero. Giornalista praticante del XV biennio della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia.