Volano come libellule, ma hanno la vista di un falco. I droni, piccoli aeromobili a pilotaggio remoto, stanno trasformando vari campi scientifici, tra cui l’agricoltura. Questi velivoli offrono agli agronomi e agli agricoltori strumenti di analisi e intervento impensabili fino a pochi anni fa, e una recente riforma legislativa italiana sta già aprendo una nuova frontiera per la loro applicazione. In Umbria, il loro impiego si sviluppa tanto nel settore privato, per le coltivazioni ad alta rendita, quanto nella ricerca universitaria, dove le colture di interesse sono molteplici.

Le applicazioni dei droni – Oggi i droni vengono utilizzati soprattutto per monitorare il benessere delle piante attraverso diversi indici vegetativi: consentono di verificarne la vigoria, di individuare precocemente zone soggette ad attacchi parassitari o stress idrico, e di costruire modelli tridimensionali del terreno e delle colture. «Ai fini della ricerca, invece, i droni ci permettono replicare digitalmente la pianta per dimensioni, forma, e talvolta anche dettagli della chioma e della corteccia – spiega Antonio Rende, ricercatore del dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Perugia, esperto di olivicoltura e agricoltore – e quindi di analizzare una pratica agronomica in maniera molto più precisa». I sensori installati sui velivoli, inoltre, reagiscono al calore o alla luce e permettono di rilevare i segnali di sofferenza delle piante: «Quando una pianta è stressata o non fotosintetizza, chiude gli stomi e aumenta la sua temperatura», aggiunge il ricercatore.



Prospettive future – In Umbria, l’uso dei droni si concentra soprattutto sulle colture ad alto valore economico – vite, olivo e nocciolo – ma anche su grano, mais e girasole nell’ambito della ricerca universitaria. Le prospettive future sono ancora più promettenti: un emendamento approvato al Senato lo scorso 8 ottobre introduce delle novità in forma di sperimentazione triennale per l’uso dei droni in agricoltura. Sarà ora possibile usare questi dispositivi per le pratiche agricole: irrigare e fertilizzare i campi, oltre che mappare e concimare i terreni. Il provvedimento dovrà ottenere l’approvazione definitiva della Camera, ma se confermato favorirà interventi più mirati e sostenibili sui campi. «Ne ricaviamo sia un risparmio economico che ambientale», sottolinea l’esperto, pur riconoscendo che «al momento il limite principale è la capacità ridotta dei serbatoi installati sui velivoli, ma sicuramente arriveremo presto e avremo droni più grandi e autonomi».

Limiti e risorse – Gli ostacoli all’integrazione dei droni nell’agricoltura privata non sono solo legislativi e ingegneristici, ma riguardano anche costi, competenze tecniche e informatiche. «Probabilmente le grandi aziende hanno vantaggio ad assumere una persona che se ne occupi esclusivamente – precisa il ricercatore – mentre per le piccole aziende al momento non conviene singolarmente: andrebbero create delle cooperative che se ne occupino». Sul piano del monitoraggio, inoltre, i droni competono con i servizi via satellite. Questi ultimi hanno un costo più basso e non richiedono grandi conoscenze informatiche nella raccolta e nell’analisi dei dati, ma acquisiscono informazioni da altezze maggiori rispetto al terreno, mentre i droni possono volare più vicini alle piante. Sia i droni che i satelliti sono strategici nei periodi della raccolta, quando è possibile stabilire il grado di maturazione dei frutti delle piante e decidere quando raccogliere. Le differenze, però, stanno nei dettagli: «Per il 3D e per le misurazioni di precisione i droni sono essenziali – conclude Rende – poi possono lavorare in condizioni più flessibili, anche nei giorni nuvolosi». Una tecnologia, insomma, che vola basso ma guarda lontano.
