La moda passa, i vestiti restano. Magari non negli armadi, dove vengono tolti dopo due o tre utilizzi, ma tutti gli abiti del fast fashion che si buttano, si “donano” nei cassonetti gialli o si rimandano indietro, non spariscono nel nulla. Da qualche parte vanno a finire, creando enormi cimiteri. Cimiteri in cui i sepolti – jeans, t-shirt, sneakers o felpe – impiegano più di duecento anni per decomporsi. Un tempo venti volte più lungo rispetto a un corpo organico.
L’inquinamento del settore tessile – Per capire l’impatto ambientale del fast fashion occorre partire dai numeri:
- Secondo lo studio “Spinning Textile Waste into Value” del Boston Consulting Group, nel 2024 sono state prodotte 120 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Una quantità in grado di riempire più di 200 stadi olimpici.
- Stando a Greenpeace, ogni anno vengono realizzati 150 miliardi di nuovi capi, di cui il 25% rimane invenduto. L’80% degli indumenti buttati finisce in inceneritori o discariche. In sostanza, un camion di abiti al secondo. Oltre il 60% delle fibre tessili usate sono fibre sintetiche (nylon, acrilico, poliestere) e molte derivano dalla raffinazione di idrocarburi come gas e petrolio.
- In base agli ultimi dati dell’Unione Europea, l’industria tessile è responsabile del 10% delle emissioni globali di gas serra e del 20% dell’inquinamento mondiale di acqua potabile. Per realizzare una singola t-shirt di cotone occorrono 2.700 litri di acqua, quanto una persona beve in due anni e mezzo.
Il fenomeno – Numeri impressionanti che sono stati raggiunti a causa del fast fashion. I bassi costi di produzione e, conseguentemente, di vendita, hanno generato un aumento nel ritmo del cambio di guardaroba: da una nuova collezione a stagione, si è arrivati a una a settimana. Così, inevitabilmente, i vecchi vestiti vengono gettati via, con meno dell’1% che viene riciclato per creare nuovi capi. E quando questi non finiscono nelle discariche e negli inceneritori europei o statunitensi, vengono esportati in Paesi del sud del mondo, dove trovano una nuova vita o, spesso, la “non morte” definitiva.
Ghana, i “tentacoli” e la smokey mountain di Accra – Il Ghana è il primo importatore al mondo di abiti usati: ogni settimana al mercato di Kantamanto, nella capitale Accra, sbarcano 15 milioni di capi di vestiario usati. Di questi però, stando ai dati della Or Foundation, un’associazione no profit che si occupa della crisi dei rifiuti tessili, solo il 40% viene rivenduto. «Perché – spiega Fabio Ciafaloni, giornalista Rai di Newsroom che ha documentato il fenomeno del fast fashion nel Paese africano – oltre all’eccessiva quantità, la qualità e le condizioni di quello che arriva sono pessime. Quindi alla fine la maggior parte viene buttata». E una volta buttata, dove va a finire? «I vestiti inutilizzabili – continua Ciafaloni – sono talmente tanti che il sistema di smaltimento ghanese non ce la fa a gestirli. Perciò vengono lasciati a terra, aspettando che la pioggia se li porti via». Tutti quegli indumenti-rifiuti finiscono così per accumularsi sulla spiaggia di Korle Gonno, dove si intrecciano con le reti da pesca andando a formare dei tentacoli enormi incastrati a metri e metri di profondità nella sabbia. «Ma non solo a riva. Questi tentacoli sono presenti anche nel fondo dell’oceano. E quelli sono irrecuperabili». Se non vengono trasportati sulla spiaggia, tutti i capi spazzatura si accumulano ad Old Fadama, una montagna fumante di rifiuti di abbigliamento ammassata a partire dall’ultimo decennio. «Quello che mi ha impressionato – racconta il giornalista – è che in mezzo a una delle discariche più grandi del mondo ci fosse un villaggio, ci vivessero delle persone». Un panorama desolante, ma purtroppo non è il solo.
Cile e il deserto di vestiti visibile dallo spazio – Nel 2023 una foto satellitare ha scioccato il mondo. Oltre alla Grande Muraglia Cinese dallo spazio era visibile un’altra costruzione dell’uomo: un accumulo gigantesco di abiti usati nel deserto di Atacama, in Cile. «Nella regione di Iquique – rivela Alessandra Buccini, giornalista Rai di Newsroom che ha realizzato un reportage nel Paese sudamericano – arrivano tantissime balle di vestiti di seconda mano perché è una zona franca, dove la tassazione sull’importazione è molto bassa». Come in Ghana, c’è un gigantesco giro d’affari e anche qui moltissima merce resta poi invenduta. «In Cile – continua Buccini – non c’è un sistema legale per smaltire i rifiuti tessili. E quindi tutti li vanno a scaricare e bruciare nel deserto alla periferia di Alto Hospicio». Adesso quel mucchio di capi d’abbigliamento visibile dallo spazio non c’è più. O meglio, non si vede più. Infatti, non avendo le risorse per spostare o eliminare tutta quella spazzatura accumulata, le autorità cilene l’hanno semplicemente seppellita con la sabbia del deserto, formando delle gigantesche dune. Insomma, come nascondere la polvere sotto il tappeto. «Tutti si lamentano e sono consci della grave situazione – osserva la giornalista – il problema però è che il mercato di abiti usati, visto l’alto tasso di povertà, dà lavoro a una fetta consistente della popolazione, in Cile come in Ghana. Quindi poi diventa difficile fare delle leggi o imporre dei divieti per limitare le importazioni, perché molte persone vivono a ricasco di questa economia e inevitabilmente il tema dell’inquinamento passa in secondo piano rispetto alla sopravvivenza».
La radice del problema non è né in Ghana né in Cile. Questi Paesi stanno subendo le conseguenze della sovrapproduzione dell’industria del fast fashion e delle malsane abitudini d’acquisto del mondo occidentale. Se continueremo così finiremo per essere sepolti da una montagna di vestiti, e siamo già a buon punto.
