Blue whale, Blackout, Train surfing, Cha cha slide. Sono alcune delle challenge social più diffuse tra gli adolescenti. Giochi estremi che portano a sfidare la morte, a volte anche in modo fatale.
Provocarsi deliberatamente uno svenimento, soffocandosi o stringendosi il collo, oppure viaggiare aggrappati all’esterno di treni o metropolitane in movimento o come ballare il cha cha in luoghi pericolosi. Prove adrenaliniche che possono essere insieme causa ed effetto di problemi sociali e psicologici come ansia, discriminazione, bullismo e cyberbullismo.

Le sfide ai tempi dei social – Un rito che è sempre esistito ma che, con internet, è riuscito a raggiungere un numero maggiore di giovani. «La tecnologia è come una scala – dice il filosofo Paolo Crepet – se vuoi andare a prendere un libro in una biblioteca devi usarla, ma non è che poi la elogi. La scala è uno strumento per raggiungere qualcosa. Il problema è che la tecnologia è diventata altro, perché ha voluto essere altro. Ha avuto un eccesso di dominio, di imperialismo».
Ragazzi soli – Ma cosa spinge un adolescente a intraprendere determinate sfide social? Crepet non ha dubbi: è la solitudine. «Essere isolati – spiega lo psichiatra – è una delle cause. Anche un pittore è solo davanti al cavalletto. Il problema non è la solitudine, che può addirittura far nascere arte, ma è l’isolamento che fa sì che non ci si trovi, non ci si incontri. Se tu non incontri vuol dire che cresci strafottente, pensando di poterti bastare. E questa è una bella bestemmia».

Essere parte di un gruppo – Uno dei fattori è di natura neurobiologica. «L’adolescente è sempre stato propenso a fare stupidaggini – sostiene Dario Ianes, professore di Pedagogia dell’inclusione alla Libera Università di Bolzano – fa parte della scarsa maturazione delle zone prefrontali». Questa discrepanza può portare gli adolescenti a cercare emozioni intense senza valutare appieno i rischi. L’altro fattore è di tipo sociale. I giovani sono soggetti a una forte pressione da parte dei coetanei e sono inclini a imitarne comportamenti per sentirsi accettati, per essere parte di un gruppo. Ma non solo. È una sfida anche con il mondo degli adulti che, spesso, faticano a comprenderli.
Oltre se stessi – È una disperata ricerca di attenzione che punta ad andare oltre la normalità quotidiana per cercare esperienze adrenaliniche. Il confronto è anche con i propri limiti, con il proprio coraggio e la propria paura. «È una sfida con se stessi, affrontando le paure e il rischio – continua Ianes – c’è un rinforzo intrinseco molto potente, una scarica di adrenalina che ti dà un atto rischioso. Per cui direi che è fisiologico». Giochi estremizzati come le virali food challenge, dove si ingeriscono quantità smisurate di cibo, stanno sollevando preoccupazioni tra gli esperti per il loro impatto sui disturbi alimentari.
Il ruolo della scuola – Per Dario Ianes la scuola ha un grande valore educativo. Spesso i segnali ci sono ma non vanno sottovalutati. «Queste cose – afferma il sociologo – bisogna svelarle e non nasconderle. Se ne deve parlare perché le persone più fragili, che si lasciano trascinare da determinati meccanismi, riescano così a svelare alcune loro fragilità se si sentono in un contesto protetto, in un contesto che li capisce, che li ascolta e che vuole crescere un po’ insieme».

Voglia di emulazione? – Secondo il Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità, il 6,1 % degli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni ha partecipato almeno una volta a una sfida estrema. «L’emulazione parte da un bisogno – spiega Ianes – se sono fragile e vedo queste cose posso attaccarmi alla cosa brutta o magari qualcuno me ne parla, me le spiega e cerco di capirle. Bisogna informare e sensibilizzare, non nascondere e non avere paure». Allo stesso tempo però cogliere le fragilità, individuare i ragazzi e le ragazze più fragili e parlare con loro. «Se uno è fragile, se è isolato dagli altri o viene preso in giro, è il candidato ideale per fare una cavolata – dice il docente – bisogna identificarli e frenarli prima che subiscano suggestioni di vario genere».
Parola d’ordine: sensibilizzare – Non solo scuola. «Si deve iniziare a sensibilizzare tutte quelle altre figure che sono vicini e hanno una forte influenza sugli adolescenti – spiega Ianes – come i mister di calcio, i coach di pallavolo e di basket. All’interno della scuola o delle società sportive, c’è bisogno anche dell’aiuto dei ragazzi grandi, che vengono visti come miti, e che devono supportare i più piccoli».
