Caso Narducci, Mignini: “Lo incontrai poco prima che scomparisse: aveva una cicatrice in volto”

L'ex magistrato rivela un dettaglio inedito sul suo incontro con il medico, scomparso l'8 ottobre 1985: «Rimasi sbalordito dalle sue condizioni fisiche»
L'inchiesta bis sulla morte del gastroenterologo perugino senza colpevoli e le ombre mai fugate: «Fu un omicidio»

Francesco Narducci scompare nel pomeriggio dell’8 ottobre 1985. È un gastroenterologo di trentasei anni e un esponente dell’alta società di Perugia. Dopo essere uscito in motoscafo sul Lago Trasimeno, non torna più indietro. Cinque giorni dopo un cadavere affiora vicino al molo di Sant’Arcangelo. Le autorità archiviano il caso come un annegamento accidentale dovuto a un malore improvviso e non viene eseguita nessuna autopsia. La vicenda sembra chiusa. Invece è solo l’inizio di uno dei misteri più stratificati della cronaca nera italiana. Per sedici anni la morte di Narducci resta un fascicolo impolverato fino a quando Giuliano Mignini, allora pubblico ministero a Perugia, decide di riaprire tutto. La scintilla, racconta, «arriva da un’indagine su alcune minacce telefoniche ricevute da un’estetista di Foligno: ti faremo fare la fine di Pacciani e del medico del Trasimeno perché siete traditori di Satana». Una frase che mette in allerta il magistrato che quindi va a guardare dentro il fascicolo Narducci del 1985.

Francesco Narducci
Francesco Narducci

Le incongruenze – Analizzando i documenti, Mignini si rende conto immediatamente che qualcosa non tornava nella gestione del primo ritrovamento. «C’era un’assenza completa di accertamenti, un’assenza scandalosa», sottolinea l’ex pm, e aggiunge che non furono fatte fotografie del cadavere né l’autopsia o misurazioni. Il corpo ripescato il 13 ottobre appariva alto circa un metro e sessanta mentre Francesco Narducci era un uomo snello e alto un metro e ottantadue. «L’uomo ritrovato sul molo e il medico – precisa Mignini – avevano due conformazioni della testa completamente diverse: uno l’aveva più tonda e l’altro più allungata», evidenziando differenze macroscopiche impossibili da ignorare. Il magistrato conosceva Narducci sin dai tempi del liceo. A Quattrocolonne aggiunge dettagli importanti sull’incontro casuale con il medico perugino in piazza Partigiani, a Perugia, pochi giorni prima della sua scomparsa. «Rimasi sbalordito dalle sue condizioni gravissime. Pensai avesse un tumore. Portava occhiali scurissimi per nascondere una cicatrice che gli sporgeva dall’occhio destro lungo la guancia. Quando sentii la notizia, credevo che fosse morto perché era malato, invece era ben altro», aggiunge l’ex pm, riflettendo sulla presunta doppia vita del professore. Secondo le sue indagini, poi terminate con un non luogo a procedere, Narducci era legato a circoli esoterici e ai delitti del Mostro di Firenze.

Giuliano Mignini
Giuliano Mignini

I dubbi – Il sospetto di Mignini è che sia stata organizzata una messinscena per nascondere la vera identità della vittima. Nel 2002 il magistrato ottiene la riesumazione della salma e affida l’autopsia al professor Giovanni Pierucci. I risultati ribaltano la versione ufficiale. Il perito trova una frattura alla cartilagine tiroidea che secondo Mignini è un «indice di strozzamento evidente e incompatibile con una morte accidentale». Nel cervello del corpo vengono inoltre trovate tracce di petidina, un potente farmaco oppioide. «Venne fuori che era stato strozzato, era chiaro che dietro quella morte ci fosse una gigantesca messinscena per coprire un sistema di potere molto più vasto». L’inchiesta, da subito, si intrecciò con la pista dei mandanti dei delitti fiorentini ipotizzando che Narducci fosse il dottore che ordinava e pagava i feticci asportati alle vittime. Mignini ricorda che lo stesso Giancarlo Lotti, principale collaboratore di giustizia nell’inchiesta sul mostro di Firenze, aveva accennato a una figura di alto livello che coordinava i “compagni di merende”. «Io penso che Narducci – afferma il magistrato – rientrava in un gruppo di persone che si serviva di elementi, come Pacciani, come meri esecutori».

Le resistenze – Durante l’inchiesta però emergono ostacoli e resistenze. Il magistrato parla di una raccomandata ricevuta dai difensori dei Narducci che definisce surreale. «Dicevano che non sapevano come fosse morto ma sapevano che certamente non era morto se non per annegamento o suicidio e mi invitavano a cessare le indagini». Una posizione che Mignini non riesce a spiegarsi, «com’è possibile che una famiglia non voglia conoscere la verità sulla morte violenta di un congiunto?». L’inchiesta bis si conclude nel 2010 con un non luogo a procedere emesso dal giudice Paolo Micheli. Molti reati sono caduti in prescrizione e non ci sono prove sufficienti per sostenere l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al depistaggio. Tuttavia la sentenza stabilisce un punto fermo: Francesco Narducci non è morto per un incidente ma è stato ucciso da ignoti. Mignini rivendica che «l’impostazione accusatoria è stata riconosciuta in pieno», citando gli atti della Commissione parlamentare antimafia e le ordinanze dei giudici che confermano il decesso violento. Il caso resta un mistero. L’omicidio è accertato ma i nomi dei colpevoli difficilmente verranno fuori.

Autore

Libero Stracquadanio

Nato in Sicilia nel 2002, sono cresciuto nella mia città, Modica. Finite le scuole superiori, mi sono trasferito a Bologna, dove ho conseguito una laurea triennale in Scienze della Comunicazione e scoperto la passione per il giornalismo e la politica.