L’assalto alla sede de La Stampa riapre una ferita che a Torino non si è ancora rimarginata, quella che racconta una storia fatta di estremismo e attacchi alla libertà di parola, come ricorda Marcello Sorgi: “Torino ha purtroppo una consuetudine — la chiamerei così — di estremismo e radicalismo che è sopravvissuta agli anni del terrorismo”. Sorgi, già direttore e ora editorialista del quotidiano, oggi vive e lavora a Roma, ma a Torino ha trascorso sette anni fondamentali della sua vita professionale.
L’attacco – Il 28 novembre dello scorso anno, durante lo sciopero nazionale dei giornalisti per il rinnovo del contratto di lavoro, circa cento manifestanti a volto coperto si sono staccati dal corteo pro-Palestina e hanno fatto irruzione nella sede torinese de La Stampa. Al grido “Giornalista terrorista, sei il primo della lista” hanno forzato le porte e invaso i locali vuoti della redazione, imbrattando muri con scritte offensive e rovesciando libri e documenti su scrivanie e pavimenti. La polizia ha identificato diverse decine di persone coinvolte nell’irruzione, tra cui attivisti del centro sociale Askatasuna. L’evento ha riacceso il dibattito sul clima di tensione sociale in città e sulla protezione delle sedi di informazione democratica, con critiche rivolte alle istituzioni sulla sicurezza e sulla gestione delle manifestazioni. Da qui la critica di Marcello Sorgi alle istituzioni: «Lo Stato dovrebbe garantire che la sede di un giornale sia protetta, perché è un luogo molto importante e, a suo modo, un’istituzione. Quindi, non averlo fatto — o non averlo fatto come andava fatto — è una responsabilità». A riprova di questo, poche settimane dopo l’accaduto il ministro dell’Interno Piantedosi ha sostituito il questore di Torino.

Torino e gli anni di piombo – Il discorso si allarga poi al clima torinese e al paragone, tornato spesso nel dibattito pubblico, con gli anni di piombo. La Stampa, infatti, ne è stata testimone diretta e vittima. «E’ un giornale che ha pagato un tributo altissimo con l’assassinio del vicedirettore Carlo Casalegno, che è stato il primo giornalista ucciso dalle Brigate Rosse», ricorda Sorgi: «era un giornalista liberale, moderato, che ha pagato con la vita i suoi articoli in cui esprimeva un rifiuto netto del terrorismo. Ammazzare una persona per le sue idee è, secondo me, una prova di fascismo più che semplice violenza politica». Nel presente, l’attacco alla redazione del quotidiano torinese viene inserito in un contesto di estremismo mai sopito, che esisteva già con i movimenti No Tav. «Bisogna stare attenti – avverte Sorgi – l’ex procuratore generale di Torino Caselli, un magistrato che ha dedicato la sua vita alla lotta al terrorismo e alla mafia, ha ammonito da qualsiasi atteggiamento comprensivo».
La Stampa non arretra – Nonostante la gravità dell’atto, però, Sorgi non crede che l’attacco possa influenzare il futuro lavoro della redazione. «Le persone che sono entrate, lo hanno fatto semplicemente per distruggere, per gettare letame, per fare scritte deliranti. I giornalisti della Stampa sanno benissimo che può capitare, essendo già capitato altre volte. Purtroppo, con la violenza, a Torino e in Piemonte c’è una notevole esperienza». Rispetto a questo quadro, le polemiche suscitate dalle parole di Francesca Albanese, che aveva definito l’episodio un “monito”, non hanno molta rilevanza e Marcello Sorgi liquida così la vicenda: «Ognuno può dire quello che vuole, compresa Francesca Albanese, ma probabilmente Albanese non ha mai letto La Stampa in questi quasi quattro anni di guerra». Sorgi ricorda il lavoro svolto da alcuni inviati di guerra, come Francesca Mannocchi, «giornalista che ha rischiato la vita per raccontare quello che succedeva agli ucraini e ai palestinesi. Se Albanese avesse letto i suoi reportage non avrebbe detto le cose che ha detto».
