Il buio oltre la moda: dove nasce il fast fashion

Le fabbriche tessili in Bangladesh tra lavoro minorile e sfruttamento
L’inviato speciale Rai Giammarco Sicuro: «Nei laboratori le condizioni sono terribili»

Il 24 aprile 2013, poco prima delle 9 del mattino, un edificio chiamato Rana Plaza, nella città di Savar in Bangladesh, crolla. Il bilancio è tragico: 1100 persone muoiono, altre 2500 rimangono ferite. Il palazzo ospitava cinque fabbriche tessili, dove si producevano vestiti per il mercato estero, incluso quello occidentale. Già dal giorno prima la struttura aveva dato segni di cedimento che furono ignorati: la produzione non doveva essere interrotta. Quel martedì il mondo vide per la prima volta il lato peggiore dell’industria tessile, il lato peggiore del fast fashion.

Il crollo del Rana Plaza nel 2013

Il lato oscuro –La tragedia consumatasi a Savar ha messo in luce gli aspetti più bui della filiera della moda che, prima di arrivare nei negozi delle grandi catene d’abbigliamento, fa il giro del mondo. Un viaggio che inizia in paesi poveri dove la manodopera costa poco, spesso proprio in Bangladesh. Il Paese dell’Asia meridionale è il secondo esportatore mondiale di tessile dopo la Cina. Ma le condizioni non sono semplici, anzi, ancora oggi a volte sono estreme. Nei laboratori che producono le materie prime si fanno turni interminabili, i lavoratori passano intere giornate esposti alle esalazioni tossiche dei prodotti usati per colorare i tessuti, senza alcuna protezione.

Sfruttamento minorile – Non solo. In queste aziende, tra gli operai, lavorano anche bambini, che in alcuni casi non hanno nemmeno dieci anni. I datori gli offrono vitto e alloggio in cambio di manodopera non stop, sette giorni su sette. Giammarco Sicuro, giornalista inviato speciale della Rai, ha visto con i suoi occhi le terribili condizioni che affliggono i minori bengalesi: «Questo sistema – racconta a Quattrocolonne – viene chiamato praticantato, una sorta di tirocinio. Un periodo che può durare anche diversi anni, in cui i bambini imparano il mestiere senza guadagnare nulla. In realtà si tratta di sfruttamento». Molti di loro provengono da zone rurali allagate o rese inabitabili dal cambiamento climatico, costretti a trasferirsi nelle città insieme alle famiglie, dove l’unica opportunità, l’unico futuro, è questo. A confermare le terribili condizioni in cui versano le aziende bengalesi è anche Razib Debnath, Manager-Finance and Administration dell’Ong Terre des Hommes Foundation Italy, che da anni si occupa della situazione dei lavoratori in Bangladesh: «Ci sono diversi “livelli” per le aziende. Quelle più in alto sono più controllate, fino ad arrivare alle produzioni più piccole, di livello sempre più basso: lì c’è il vero sfruttamento e il lavoro minorile».

Dopo la rivoluzione – Qualcosa negli ultimi anni sta cambiando, ma non sempre in modo positivo. Nell’estate del 2024 nel Paese scoppiano enormi proteste, note come “Rivoluzione di luglio”. In piazza scendono soprattutto i giovanissimi: la premier Sheikh Hasina è costretta alle dimissioni e al suo posto arriva Mohammad Yunus, già premio Nobel per la Pace. Un forte segnale di presa di coscienza civile da parte dei bengalesi, che porta a un effettivo miglioramento delle condizioni di lavoro: «Nelle fabbriche – spiega Sicuro – si sono fatti passi avanti: sono presenti i sindacati e la paga minima è quella prevista dalla legge, comunque ridicola per gli standard europei». Tuttavia «c’è un’ipocrisia di fondo – continua – perché nel 90% dei casi i grandi brand acquistano da aziende considerate “pulite”, che rispettano le regole e non impiegano minori. Ma quelle stesse aziende spesso affidano una parte della produzione a quei piccoli laboratori nascosti, dove non si vede il logo del grande marchio ma in cui le condizioni rimangono terribili».

Le industrie di spostano – Inoltre, le richieste dei lavoratori delle grandi fabbriche per ottenere dei salari migliori stanno facendo spostare le industrie in altri paesi. «Il Bangladesh sta perdendo competitività – aggiunge il giornalista – perché molte aziende si stanno trasferendo in India, in Pakistan, nelle Filippine o in alcune zone dell’Africa, dove non ci sono sindacati forti e dove il lavoro minorile continua indisturbato. È un sistema che è spinto dalla convenienza e dalla mancanza di regole». Anche Razib concorda: “Le conseguenze della rivoluzione, dal punto di vista di chi lavora nelle fabbriche, hanno creato abbastanza caos: molti posti hanno chiuso, alcuni proprietari erano legati con il regime precedente, quindi se ne sono andati senza pagare i lavoratori. Questo ha alimentato la violenza e il disordine”. Il crollo del Rana Plaza resta una ferita aperta, un simbolo di come il prezzo della moda a basso costo possa essere pagato in vite umane. A più di dieci anni da quella tragedia, qualcosa è cambiato, ma non abbastanza.

Autore

Gabriele Rossi

Nato a Viterbo nel giugno del 1999. Dopo aver conseguito il diploma al liceo scientifico mi sono trasferito a Milano dove, all’Università degli Studi, ho conseguito la laurea in Scienze politiche e studi internazionali, con una tesi storica sui movimenti politici e sociali. Ed è proprio la passione che ho sempre avuto per la politica che mi ha fatto avvicinare al mondo giornalistico.