Comprare, comprare, comprare. Poi buttare e ricominciare da capo. È il mantra del fast fashion, la moda a prezzi accessibili che consente a tutti di stare al passo con le tendenze. Ma quello che si nasconde dietro un mercato che, secondo il sito web Statista nel 2027 varrà 185 miliardi di dollari, è una piaga sociale con risvolti drammatici. Shein, Asos, Forever21, gruppi come Inditex (Zara) ed H&M e il mercato che generano hanno un impatto devastante sull’umanità.
Origini del fast fashion – Nato negli anni Ottanta, il fenomeno del fast fashion è esploso all’inizio degli anni Duemila. Marina Spadafora, stilista bolzanina, coordina il ramo italiano di Fashion Revolution, movimento globale che promuove la trasparenza e l’etica nel mondo della moda, nato nel 2013 dopo il crollo del Rana Plaza, in Bangladesh, che ospitava cinque fabbriche tessili. In quella che è la più grave tragedia nel mondo della moda persero la vita oltre mille persone e più di duemila rimasero ferite. «In quel periodo società come Zara ed H&M – spiega Marina – hanno deciso di invadere il mercato con 52 micro-collezioni all’anno, a differenza delle due tipiche dell’industria della moda». E così Amancio Ortega, co-fondatore ed ex presidente del gruppo Inditex, e Erling Persson fondatore di H&M, hanno “creato nuovi bisogni” nei consumatori che sono rimasti ammaliati dai prezzi stracciati dell’enorme quantità di capi tra cui scegliere. Se, però, Inditex e H&M hanno aperto la strada al fast fashion e ne sono diventati i “signori”, l’e-commerce cinese Shein ha fatto ancora di più. Sfornando in media 6mila prodotti al giorno, ha oltrepassato i limiti del “fast” diventando il colosso indiscusso dell’ultra fast fashion.
Un disastro totale – Ma l’azione pionieristica dei due imprenditori ha innescato una serie di reazioni di cui stiamo iniziando a pagare le conseguenze. «Copiando le passerelle e offrendo in tempi brevissimi tutti questi modelli – prosegue Spadafora – l’avanguardia del fast fashion ha dato il via a un modello di sovrapproduzione in cui i lavoratori vengono pagati pochissimo e l’inquinamento ambientale aumenta a dismisura. È un disastro a tutto tondo». Per riuscire a sfruttare al massimo le risorse umane e ambientali, i marchi della moda a basso costo producono soprattutto in Cina, Bangladesh, India, Vietnam e Myanmar, Paesi in cui non esistono tutele né per i lavoratori né, tantomeno, per l’ambiente.

E la moda? – La moda accessibile, che negli anni si è rivolta a chi voleva essere trendy spendendo poco ma anche a chi cercava alternative al lusso, ha rubato un’ampia fetta di mercato alla moda delle sfilate e delle grandi firme. «Anziché continuare a puntare sulla qualità – illustra Spadafora – la moda ha iniziato a inseguire il fast fashion. Così i brand del lusso si inventano la qualunque pur di mettere sul mercato tantissimi prodotti». E per tenere il ritmo, anche maison come Loro Piana o Dior si sono adattate a questo sistema produttivo. «A volte producono all’estero – continua la designer di Bolzano – e fanno solo l’ultimo dei cinque passaggi della filiera in Italia, così da non perdere la certificazione di Made in Italy. A volte, invece, i grandi marchi appaltano a realtà in Italia in cui persone senza documenti lavorano con orari disumani e paghe irrisorie». È il caso, per esempio, dei lavoratori invisibili sfruttati e maltrattati in alcune delle aziende del distretto tessile di Prato, uno dei più grandi e importanti d’Europa che rifornisce molti marchi internazionali.
Alternative – Non tutto il settore, però, è malato e le alternative esistono. «Ci sono brand attenti alla sostenibilità – commenta Spadafora – ma c’è anche il vintage, l’usato, i baratti o il noleggio dei vestiti». Con app come Renoon e Good On You, poi, si possono trovare facilmente marchi sostenibili. E c’è anche il Fashion Transparency Index (FTI), pubblicato annualmente da Fashion Revolution, che valuta la trasparenza delle grandi aziende del settore e ne stila la classifica. «Bisogna anche fare attenzione – afferma la stilista – ai brand che fanno attività sostenibili senza continuità perché significa che non c’è sincerità nel loro operato».
Maggiore consapevolezza – Negli ultimi anni l’attenzione verso l’argomento è aumentata e su questo Marina Spadafora concorda con l’avvocato Damiano Marinelli, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori Umbria (Unc Umbria). «All’inizio ci rivolgevamo a pochissime persone – spiega Marinelli – ma adesso sono in molti ad aver cambiato le proprie abitudini d’acquisto». L’Unc Umbria è attiva da circa 20 anni nel promuovere un consumo consapevole attraverso convegni, articoli, progetti europei come Erasmus Plus e Horizon e iniziative di scambio vestiti, come quella in programma sabato 4 dicembre in via del Macello a Perugia. «Il nostro obiettivo – conclude Marinelli – è far capire ai consumatori che non devono decidere di acquistare qualcosa solo in base al costo, perché il cambiamento vero parte dalle nostre azioni, anche da quelle più piccole».
