Ma come ti vesti?! Il prezzo da pagare per seguire le mode

Dagli anni '90 a oggi il mercato del fast fashion è cresciuto vertiginosamente: si stima che nel 2027 muoverà 185 miliardi di dollari
Marina Spadafora, stilista e ambasciatrice di moda etica nel mondo: «Lavoratori sottopagati e inquinamento: il modello di sovrapproduzione è insostenibile»

Comprare, comprare, comprare. Poi buttare e ricominciare da capo. È il mantra del fast fashion, la moda a prezzi accessibili che consente a tutti di stare al passo con le tendenze. Ma quello che si nasconde dietro un mercato che, secondo il sito web Statista nel 2027 varrà 185 miliardi di dollari, è una piaga sociale con risvolti drammatici. Shein, Asos, Forever21, gruppi come Inditex (Zara) ed H&M e il mercato che generano hanno un impatto devastante sull’umanità.

Origini del fast fashion – Nato negli anni Ottanta, il fenomeno del fast fashion è esploso all’inizio degli anni Duemila. Marina Spadafora, stilista bolzanina, coordina il ramo italiano di Fashion Revolution, movimento globale che promuove la trasparenza e l’etica nel mondo della moda, nato nel 2013 dopo il crollo del Rana Plaza, in Bangladesh, che ospitava cinque fabbriche tessili. In quella che è la più grave tragedia nel mondo della moda persero la vita oltre mille persone e più di duemila rimasero ferite. «In quel periodo società come Zara ed H&M – spiega Marina – hanno deciso di invadere il mercato con 52 micro-collezioni all’anno, a differenza delle due tipiche dell’industria della moda». E così Amancio Ortega, co-fondatore ed ex presidente del gruppo Inditex, e Erling Persson fondatore di H&M, hanno “creato nuovi bisogni” nei consumatori che sono rimasti ammaliati dai prezzi stracciati dell’enorme quantità di capi tra cui scegliere. Se, però, Inditex e H&M hanno aperto la strada al fast fashion e ne sono diventati i “signori”, l’e-commerce cinese Shein ha fatto ancora di più. Sfornando in media 6mila prodotti al giorno, ha oltrepassato i limiti del “fast” diventando il colosso indiscusso dell’ultra fast fashion.

Un disastro totale – Ma l’azione pionieristica dei due imprenditori ha innescato una serie di reazioni di cui stiamo iniziando a pagare le conseguenze. «Copiando le passerelle e offrendo in tempi brevissimi tutti questi modelli – prosegue Spadafora – l’avanguardia del fast fashion ha dato il via a un modello di sovrapproduzione in cui i lavoratori vengono pagati pochissimo e l’inquinamento ambientale aumenta a dismisura. È un disastro a tutto tondo». Per riuscire a sfruttare al massimo le risorse umane e ambientali, i marchi della moda a basso costo producono soprattutto in Cina, Bangladesh, India, Vietnam e Myanmar, Paesi in cui non esistono tutele né per i lavoratori né, tantomeno, per l’ambiente. 

Marina Spadafora, stilista e ambasciatrice di moda etica

E la moda? – La moda accessibile, che negli anni si è rivolta a chi voleva essere trendy spendendo poco ma anche a chi cercava alternative al lusso, ha rubato un’ampia fetta di mercato alla moda delle sfilate e delle grandi firme. «Anziché continuare a puntare sulla qualità – illustra Spadafora – la moda ha iniziato a inseguire il fast fashion. Così i brand del lusso si inventano la qualunque pur di mettere sul mercato tantissimi prodotti». E per tenere il ritmo, anche maison come Loro Piana o Dior si sono adattate a questo sistema produttivo. «A volte producono all’estero – continua la designer di Bolzano – e fanno solo l’ultimo dei cinque passaggi della filiera in Italia, così da non perdere la certificazione di Made in Italy. A volte, invece, i grandi marchi appaltano a realtà in Italia in cui persone senza documenti lavorano con orari disumani e paghe irrisorie». È il caso, per esempio, dei lavoratori invisibili sfruttati e maltrattati in alcune delle aziende del distretto tessile di Prato, uno dei più grandi e importanti d’Europa che rifornisce molti marchi internazionali. 

Alternative – Non tutto il settore, però, è malato e le alternative esistono. «Ci sono brand attenti alla sostenibilità – commenta Spadafora – ma c’è anche il vintage, l’usato, i baratti o il noleggio dei vestiti». Con app come Renoon e Good On You, poi, si possono trovare facilmente marchi sostenibili. E c’è anche il Fashion Transparency Index (FTI), pubblicato annualmente da Fashion Revolution, che valuta la trasparenza delle grandi aziende del settore e ne stila la classifica. «Bisogna anche fare attenzione – afferma la stilista – ai brand che fanno attività sostenibili senza continuità perché significa che non c’è sincerità nel loro operato».

Maggiore consapevolezza – Negli ultimi anni l’attenzione verso l’argomento è aumentata e su questo Marina Spadafora concorda con l’avvocato Damiano Marinelli, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori Umbria (Unc Umbria). «All’inizio ci rivolgevamo a pochissime persone – spiega Marinelli – ma adesso sono in molti ad aver cambiato le proprie abitudini d’acquisto». L’Unc Umbria è attiva da circa 20 anni nel promuovere un consumo consapevole attraverso convegni, articoli, progetti europei come Erasmus Plus e Horizon e iniziative di scambio vestiti, come quella in programma sabato 4 dicembre in via del Macello a Perugia. «Il nostro obiettivo – conclude Marinelli – è far capire ai consumatori che non devono decidere di acquistare qualcosa solo in base al costo, perché il cambiamento vero parte dalle nostre azioni, anche da quelle più piccole».

Autore

Camilla Galeri

Sono laureata in Comunicazione, Media e Pubblicità all'Università IULM di Milano. Vengo da Brescia, dove mi sono occupata di cronaca sportiva cittadina e sono stata addetta stampa del Brescia Calcio Femminile.