Le guerre dei droni

I primi esemplari risalgono agli anni '80, oggi sono i protagonisti del conflitto russo-ucraino: al costo di poche centinaia di dollari provocano danni enormi
Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa: "Trasportano armi, osservano il campo, possono agire in autonomia. Il futuro? Il vero protagonista rimarrà l’uomo”

Un ronzio che conosciamo tutti: lo sentiamo in televisione, o nelle miriadi di video che circolano sui social. Lo stesso sibilo che da anni allarma i cittadini ucraini e li esorta a lasciare tutto e mettersi al riparo: arrivano i droni. I loro primi usi in campo bellico risalgono al 1982, quando Israele si servì delle “esche” per saturare le difese aeree siriane in Libano. Intorno al 2000 si diffusero ancora di più, nel contesto delle guerre al terrorismo tra Stati Uniti e Afghanistan. «In passato – spiega il direttore della Rivista Italiana Difesa Pietro Batacchi – circolavano perlopiù i Predator, cioè pochi modelli da ricognizione, di cui solo alcuni erano armati». Ma l’utilizzo sistematico è più recente: «Lo spartiacque fu lo scontro tra le forze di Tripoli e di Bengasi in Libia, nel 2011. Poi l’Ucraina ha fatto esplodere tutto: i droni si sono moltiplicati, e così le loro funzioni».

Drone kamikaze

Dall’osservazione del campo di battaglia alla ricognizione armata, passando per i droni kamikaze o “one way”, carichi di esplosivo, che si distruggono all’impatto. Alcuni sono così piccoli che vengono lanciati a mano, altri sono più grandi e in grado di volare per molte ore fino a raggiungere il bersaglio (come il Reaper e il TB2). Trasportano l’artiglieria, colpiscono la fanteria nemica, attaccano infrastrutture energetiche. A un costo contenuto, permettono di provocare danni ingenti. «Il drone oggi è un moderno tuttofare. Nella guerra russo-ucraina se ne vedono di tutti i tipi, da entrambi gli schieramenti. Un esempio – spiega Batacchi – è quello dei droni subacquei, che hanno avuto un ruolo cruciale nella battaglia del Mar Nero». Durante l’occupazione della Crimea del 2014, la flotta militare di Kiev era stata decimata. La marina decise allora di costruire dei modelli pilotati via satellite o radiocomandati, capaci sia di immergersi sia di navigare in superficie. Economici (costano in media 250mila dollari l’uno), rapidi e soprattutto efficaci: in pochi mesi «hanno consentito agli ucraini – racconta Batacchi – di ottenere ottimi risultati, colpendo basi navali e infrastrutture portuali». Sono riusciti a impedire lo sbarco russo sulla strategica Isola dei Serpenti, di fronte alla città di Odessa, e nel 2023 hanno permesso a Kiev di affondare o rendere inutilizzabile il 20% della flotta di Mosca, compresa la Moskva, sua nave ammiraglia.

Pietro Batacchi, direttore della Rivista Italiana Difesa (RID)

I droni consentono un risparmio di risorse non solo economiche (arrivano a costare anche poche centinaia di dollari), ma anche umane: alcuni campi di battaglia, specialmente nelle città, sono ormai quasi completamente sgombri da soldati, che spesso ora indossano visori e imbracciano telecomandi, al sicuro nelle sale operative. A centinaia di migliaia di chilometri di distanza dai bombardamenti, che innescano con un click. Spesso, poi, a premere il fatidico “pulsante rosso” non sono dita umane, ma quelle invisibili degli algoritmi dell’intelligenza artificiale, che rendono possibile manovrare i droni in massa. Sono i famosi “sciami”, che inseguono i civili e li terrorizzano, con il loro rumore sinistro e la concreta minaccia di devastazione.

Drone Reaper
Soldato comanda con il visore un drone FPV (First Person View)

Le battaglie del futuro saranno combattute solo tra robot? Secondo Pietro Batacchi: «Assolutamente no. Per il soldato il drone non è altro che uno strumento, come un fucile. L’uomo rimarrà sempre il protagonista della guerra». Il settore è agli inizi e deve ancora consolidarsi: «In Ucraina assistiamo a esempi di droni che si intercettano e colpiscono a vicenda, ma non si possono abbandonare le vecchie e dimenticate artiglierie contraeree, o i radar che operano su specifiche frequenze». Per l’esperto «il drone ha un ruolo importante, ma non è l’arma magica che risolve tutti i conflitti».

Drone TB2

Autore

Francesca Belperio

Romana, classe '01. Laureata in Giurisprudenza alla LUMSA, ho scritto per il suo magazine Aìko. Nel 2022 ho trascorso due mesi negli Stati Uniti per frequentare la School of The New York Times. E adesso faccio tappa a Perugia, prima di approdare sulla prossima testata.