Libre è una mucca frisona. Quando nasce il suo piccolo, Robertino, è spaesata: fino a quel momento, ogni suo vitello le è stato portato via subito dopo il parto. Nell’allevamento intensivo di Lazise, in provincia di Verona, il suo unico scopo era produrre latte: fino a dieci volte la quantità necessaria per nutrire un nuovo nato. Libre arriva alla Casa degli Animali Lav di Castiglione del Lago poco prima del parto. Da allora la sua vita cambia. Ottanta ettari di verde affacciati sul lago Trasimeno, dove 57 animali salvati dalla Lega Anti Vivisezione vivono lontani dallo sfruttamento. «Il legame materno tra i bovini è fortissimo – spiega Giada dell’Eugenio, responsabile del rifugio – Qui le altre mucche si prendono cura del piccolo come zie. È stato un rapporto incredibile da osservare, pensando che altrove le sarebbe stato negato».


L’orrore degli allevamenti – Libre è arrivata insieme ad altre 33 mucche nel dicembre 2024. Un inverno rigido, trascorso nell’allevamento di Lazise in una stalla priva di zone asciutte, con le zampe fragili costrette a poggiare sulle proprie deiezioni. Uno stato di incuria e sporcizia estremo: un bovino, sfinito e accasciato a terra, è morto soffocato nel liquame. «Troviamo sovraffollamento e animali feriti lasciati in agonia tra gli altri, col rischio di essere calpestati per giorni o subire episodi di cannibalismo – denuncia Lorenza Bianchi, responsabile Lav per l’Area Animali negli allevamenti – Non sono semplici ‘mele marce’, ma l’esito strutturale di un modello che ammassa migliaia di individui in spazi minimi, dove prendersi cura del singolo diventa impossibile»
Zone grigie – In Italia si contano quasi 400mila allevamenti, ma il cuore pulsante è concentrato nel Nord: secondo la Banca Dati Nazionale dell’Anagrafe Zootecnica, la stragrande maggioranza delle grandi strutture si stringe infatti tra Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. Si tratta di un sistema che prolifera nelle zone grigie della legge: se per il Ministero della Salute solo un impianto su dieci è ufficialmente fuori norma, per le Ong nove su dieci sono inadeguati a garantire una vita dignitosa agli animali. «Ci sono pratiche legali e pratiche illegali – spiega Bianchi – molte norme sono vaghe e lasciano spazio a interpretazioni».
Separati alla nascita – Qui la vita delle mucche è scandita da inseminazioni, gravidanze e mungiture. Un ciclo che si conclude dopo pochi anni, quando gli animali, ormai esausti, vengono condotti al macello. Quando i bovini – definiti “a terra” – non riescono più a camminare, vengono trascinati con catene e funi, spinti con bastoni o pungoli elettrici verso la morte, violando ogni normativa sul trasporto. A questo si aggiungono le mutilazioni funzionali alla produzione: taglio della coda, troncatura dei denti e decornazione. «Pratiche legali solo a certe condizioni – sottolinea Bianchi – ma spesso eseguite in modo scorretto, con controlli veterinari scarsi per frequenza e copertura».
Il dolore della maternità – Le mucche frisone che pascolano a Castiglione del Lago hanno i fianchi stretti e ossuti. Questo perché una selezione genetica estrema le ha rese delle perfette “macchine da latte”, progettate per dare priorità assoluta alla produzione, a costo di erodere le proprie riserve di grasso e muscoli. Le mammelle, enormi e sproporzionate, le espongono costantemente a lesioni e mastiti. «Quando si spinge un organismo a sviluppare al massimo una caratteristica, si creano debolezze in altri aspetti» spiega Roberto Bennati, direttore dei Rifugi Lav. «Anche le zoppie sono un grave problema – continua Bennati – le zampe delle mucche sono troppo fragili per sorreggere il loro peso».



La pandemia silenziosa – Ma di mezzo non c’è solo la salute dell’animale. L’uso massiccio di farmaci negli allevamenti favorisce lo sviluppo di ceppi batterici resistenti. Attraverso i liquami e la carne, questi “super-batteri” contaminano falde acquifere e colture, arrivando direttamente sulla tavola. È l’innesco di quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la “pandemia silenziosa”: l’antibiotico-resistenza. Il rischio è che domani anche un’infezione banale possa diventare letale perché i farmaci comuni non avranno più effetto. In Europa si contano già oltre 35mila morti all’anno e, secondo l’Oms, questa sarà la prima causa di decesso entro il 2050. «A questo si aggiunge la minaccia delle zoonosi – avverte Bianchi – come l’influenza aviaria, che ha già compiuto il salto di specie infettando l’uomo: un virus aggressivo la cui diffusione su larga scala avrebbe conseguenze devastanti». Un timore che si fa realtà proprio in questi giorni in Lombardia, dove è stato isolato il primo caso umano in Europa.
Il pericolo ecologico – Oltre alle criticità sanitarie, la zootecnia intensiva rappresenta il principale fattore di degrado ecologico. Come evidenziato dal rapporto Fao Livestock’s Long Shadow, il settore è responsabile del 19% delle emissioni climalteranti, superando il contributo del settore trasporti (13%). Particolarmente critico è l’apporto di metano (44% del totale globale). Anche la pressione sulle risorse forestali – specialmente in Brasile per la produzione di soia per i mangimi – è insostenibile. Sul fronte italiano, i dati Ispra confermano che il 75% delle emissioni di ammoniaca deriva dalla zootecnia, con pesanti ricadute sulla qualità dell’aria e sulla concentrazione di nitrati nei suoli.
Il costo nascosto – Dietro questo sistema c’è un preciso motore economico alimentato dai fondi pubblici europei. Il cuore risiede nella Pac (Politica Agricola Comune), che «rappresenta circa il 40% del bilancio dell’Unione Europea – spiega Lorenza Bianchi – parliamo di centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici destinati al settore agricolo. Una parte rilevante di queste risorse va anche agli allevamenti e alle attività collegate». Nato per garantire cibo a basso costo per tutti, il sistema dei sussidi europei è oggi il terreno di scontro: da un lato le lobby agroindustriali, decise a blindare i finanziamenti esistenti, dall’altro chi chiede di vincolare il denaro pubblico a standard rigorosi di salute pubblica, ambiente e benessere animale. «Al momento prevale ancora un approccio conservativo che sostiene il modello esistente – spiega Bianchi – senza favorire una vera transizione. Si crea una ricchezza che non è reale, perché quei costi vengono scaricati sulla collettività».

Il diritto a vivere – «È un sistema che va ripensato radicalmente – sottolinea Roberto Bennati – Luoghi come questo non sono solo oasi di accoglienza, ma testimonianze viventi che mettono in discussione un intero modello industriale». La Casa degli Animali è sorta dal nulla, su un terreno agricolo abbandonato: «Abbiamo costruito tutto da zero – ricorda Giada dell’Eugenio – dalle strade alle infrastrutture, portando l’acqua e realizzando le aree di ricovero». Se nella logica degli allevamenti intensivi una frisona è considerata “vecchia” e avviata al macello non appena cala la sua resa, qui la sua vita prosegue serena. «Ci prendiamo cura di animali anziani o con patologie croniche – prosegue dell’Eugenio – sperimentando insieme ai veterinari approcci clinici nuovi. Perché nel ciclo industriale, semplicemente, un animale anziano non è previsto». Quella che per l’industria era solo una “macchina da latte” sovrapponibile a milioni di altre, qui ha dei diritti: invecchiare fino a vent’anni, stabilire legami con i propri simili e, per la prima volta, allevare il proprio vitello.
