Riccardo Iacona: una vita in “presa diretta”

«L'inchiesta è un atto di democrazia, ma oggi siamo più soli»
Il giornalista volto dal 2009 del programma d'inchiesta della Rai, racconta questo ramo della cronaca tra querele temerarie, autocensura e la sfida del racconto contro i tempi lunghi

Il giornalismo d’inchiesta in Italia non è mai stato un esercizio per cuori deboli, ma oggi sembra aver raggiunto un punto di rottura. A tracciare il bilancio è Riccardo Iacona, autore e volto di Presa Diretta, partendo da un evento che ha scosso le fondamenta del servizio pubblico: il piano di attentato sventato ai danni di Sigfrido Ranucci.

La mobilitazione di via Teulada – Nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 2025 succede l’impensabile: Sigfrido Ranucci, giornalista d’inchiesta volto di Report, rischia di diventare vittima di un attentato dinamitardo, quando vengono fatte esplodere l’auto del giornalista e quella di sua figlia, parcheggiate fuori da casa sua a Pomezia, fortunatamente senza causare nessun ferito. «Quello a Sigfrido non è stato un semplice atto intimidatorio, ma un attentato alla vita», esordisce Iacona, ricordando la mobilitazione spontanea dei colleghi nel cortile di via Teulada. Per il giornalista, il caso Ranucci è la punta dell’iceberg di un Paese che scivola nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa. «L’Italia è in una posizione critica non solo per le bombe, ma per le centinaia di colleghi sotto osservazione e i 26 che vivono sotto scorta H24. Spesso sono giornalisti precari, senza tutele legali, i più fragili e quindi i più minacciabili.»

Il “nemico dentro”: querele temerarie e autocensura – Oltre alla violenza fisica, Iacona punta il dito contro le “museruole legali”: le querele temerarie (SLAPP). Se la RAI può contare su un solido ufficio legale, il resto del mondo dell’informazione è sotto schiaffo. «È grave che nell’ultimo anno sia aumentata la quota di politici e amministratori che usano la querela per intimidire,» spiega. Il risultato è la forma di censura più subdola: l’autocensura. «Se sai che citando un nome verrai sommerso dalle carte giudiziarie, molti finiscono per chiedersi: “Chi me lo fa fare?”». La soluzione dovrebbe essere legislativa, adeguandosi al Media Freedom Act europeo, ma Iacona lamenta una mancanza di volontà politica trasversale.

La RAI: tra “editti bulgari” e la deriva dei talk show – Il rapporto tra politica e Servizio Pubblico resta una ferita aperta. Ricordando l’epoca con Michele Santoro e del cosiddetto “editto bulgaro”, Iacona sottolinea come la RAI debba lottare per restare una “casa libera”. Il rischio attuale, però, è anche stilistico: preferire la scorciatoia del talk show urlato alla fatica dell’inchiesta sul campo. «Trasformare tutto in talk show riduce la complessità della realtà. Noi a Presa Diretta siamo dei ‘folli’: facciamo monografie di 80 minuti in un mondo che ha tempi d’attenzione brevissimi. Ma il racconto è l’unico modo che l’umanità ha per restare umana e costruire democrazia».

Una carriera nata per caso: dalla fiction alla realtà – Il percorso di Iacona è quello di un artigiano. Per dieci anni ha fatto l’aiuto regista nel cinema, finché nel 1989, con la nascita della terza rete e del programma Scenario di Andrea Barbato, gli fu chiesto di uscire da dietro la macchina da presa. «Serviva un pezzo sui morti sul lavoro. Barbato chiese: “Chi lo vuole fare?”. Alzai la mano. Da lì non sono più tornato indietro». È l’approccio della “bottega”, lo stesso che cerca di trasmettere ai giovani della sua redazione.

Vale ancora la pena fare questo mestiere? – Nonostante un mercato editoriale “falso”, dove i compensi sono spesso umilianti e i contratti un miraggio, la risposta di Iacona resta un “sì” convinto. «È un lavoro bellissimo di cui ci sarà sempre bisogno. Ai giovani dico: cominciate dovunque, non importa quanto sia piccola la testata. Conquistatevi una capacità di saper fare». La sfida resta quella di tenere il “rubinetto della libertà” aperto, anche quando la pressione esterna e i tagli lineari dell’azienda sembrano volerlo chiudere.

Autore

Riccardo Gazzoli

Trevigiano classe 2000, da sempre appassionato di giornalismo. Dopo gli studi classici mi sono laureato in Product & Visual Design presso l'Università IUAV di Venezia. Contemporaneamente ho alimentato la mia passione per le auto storiche, che ho raccontato su riviste specializzate e presentando diversi eventi. Ho studiato inoltre dizione e conduzione radiofonica, riunendo così la passione per il giornalismo, le auto storiche e la comunicazione scritta, verbale e multimediale.