Teatro dialettale, l’ultimo baluardo della lingua perugina

Un caffè con Sandro Allegrini, letterato e grande cultore della tradizione locale: «Non solo barzellette, ma riflessioni esistenziali»
Il fondatore dell’Accademia del Donca lancia un appello: «Servono nuove leve, senza ricambio generazionale restano solo i classici»

Il nome è un ossimoro programmatico, una sfida giocosa lanciata insieme all’amico poeta Walter Pilini: “Accademia”, un termine pomposo ed elitario, accostato a “Dónca”, l’intercalare popolare perugino (corrispondente al francese donc o all’inglese well) con cui gli anziani, attorno al camino, iniziavano i loro racconti. Nasce così nel 2006 l’Accademia del Donca, un’associazione dedicata a promuovere la cultura e gli eventi legati alla città di Perugia. Il suo fondatore, Sandro Allegrini, ne spiega la missione: «Restituire dignità alla lingua locale».

Lingua, non dialetto! – A Perugia, spiega Allegrini, il dialetto non era un vanto, ma uno “stigma”. «Diversamente dal Nord Italia – precisa – da noi identificava una condizione socioculturale subalterna. La gente se ne vergognava». L’Accademia ha lavorato per sradicare questa percezione, dimostrando che il perugino non è una parlata sgrammaticata ma una lingua vera, con un lessico, una sintassi e “radici nobili” che affondano nel latino (la sportula che diventa sportla, la borsa della spesa). Vanta, inoltre, una produzione letteraria che risale ai poeti notari del Trecento.

I Maestri del teatro – È proprio su questo terreno che fiorisce il teatro. Allegrini individua i due «numi tutelari» della drammaturgia perugina contemporanea: Artemio Giovagnoni e Franco Bicini. Entrambi provengono dalla stessa matrice, “La Fonte Maggiore”, la fucina del teatro dialettale moderno guidata da Sergio Ragni e Gian Piero Frondini. Negli anni ’60 e ’70, però, quel gruppo si connotò fortemente in senso ideologico (sinistra, recupero delle tradizioni contadine), portando a una scissione. Artemio Giovagnoni, cattolico e democristiano, si distaccò fondando “La Turrenetta”. Il suo è un teatro «rigorosissimo», che usa il dialetto come segno identitario ma senza rinunciare alla profondità. «Scriveva drammi» sottolinea Allegrini, «penso a Quel ragazzo del ’99, un’opera epica ambientata nel primo Dopoguerra, non solo testi per far ridere». Franco Bicini, di estrazione popolare e anticomunista, prese una strada diversa. Con Mariella Chiarini fondò il “Can Guasto” (Cane Arrabbiato), inventando di fatto il cabaret alla perugina. Dopo il successo della trasmissione radiofonica RAI Qua e Là per l’Umbria (scritta inizialmente proprio con Giovagnoni), Bicini si dedicò a un teatro comico brillante, ma mai superficiale. Adattò Feydeau (da On purge bébé a La purga del fiolo) e scrisse commedie borghesi come La fu Berta Grey e Quando piovono gli angioletti. «A quarant’anni dalla morte – nota Allegrini – i suoi testi hanno ancora ‘l’acchiappo’, riempiono i teatri. Ciò che è classico, attraversa i decenni».

Una “lingua di pancia” – Ma cosa può comunicare il dialetto che l’italiano non riesce a esprimere? «È la Muttersprache – risponde Allegrini – la lingua della mamma, che si succhia col latte. È una lingua di pancia, immediata». Il fondatore del Donca ha combattuto per dimostrare che il perugino non è solo «barzellette sul marito ubriacone o sulle corne». Ha pubblicato Spinelli Lirico, una raccolta di poesie inedite del massimo poeta locale, Claudio Spinelli, per rivelarne l’interiorità e la capacità di affrontare «sentimenti profondi e riflessioni esistenziali», al pari del napoletano di Eduardo De Filippo.

Servono nuove leve – Oggi, però, il futuro del teatro dialettale appare incerto. «Il ruolo è importante, ma il livello è spesso basso» ammette Allegrini. «Molti gruppi pensano solo a far ridere, con plot banali». Il problema principale è generazionale: «Mancano le nuove leve, sia nella scrittura che tra gli attori». Mentre compagnie storiche come il “Can Guasto” di Mariella Chiarini (che «ha un’energia incredibile») o “Il Carro di Chiugiana” di Cesare Giugliarelli (che unisce riso e riflessione) resistono, la vera freschezza arriva da altrove. È il caso del gruppo musicale “I Paltò” che «traduce con intelligenza» classici rock, come Let It Be dei Beatles in Lassa Gì. Il rischio opposto, avverte, è la deriva digitale di chi «imbruttisce il dialetto» cercando il facile consenso sul «turpiloquio» (la volgarità). Perché un giovane o un non umbro dovrebbe assistere a uno spettacolo in perugino? «Perché ci si diverte» conclude Allegrini. «Il teatro riflette il Geist, lo spirito perugino: «Arguto e sornione, autoironico. È un modo di essere seri senza prendersi troppo sul serio». È una lingua che sdrammatizza, racchiusa in una filosofia di vita consolatoria: «Qualche Dio provvederà».

Autore

Riccardo Gazzoli

Trevigiano classe 2000, da sempre appassionato di giornalismo. Dopo gli studi classici mi sono laureato in Product & Visual Design presso l'Università IUAV di Venezia. Contemporaneamente ho alimentato la mia passione per le auto storiche, che ho raccontato su riviste specializzate e presentando diversi eventi. Ho studiato inoltre dizione e conduzione radiofonica, riunendo così la passione per il giornalismo, le auto storiche e la comunicazione scritta, verbale e multimediale.