Primavera, la natura si risveglia. Le giornate tornano ad allungarsi, concedendo passeggiate tra alberi fioriti e distese di margherite. Anche sotto terra qualcosa si muove. Nelle loro tane, i ricci riaprono gli occhi dopo il lungo letargo invernale. E in alto, tra i rami che pian piano tornano a vestirsi di foglie, piccoli volatili sono pronti a spiccare il primo volo. Sono rondoni, gufi e allocchi. Il loro cinguettio fa da sottofondo a una nuova stagione degli amori pronta a ricominciare. In questo fermento, il bosco si ripopola dei suoi abitanti.
Giù dal nido – Avvolto in un fagotto, Martina stringe tra le mani un giovane falco lanario. Il suo stridere non è più un canto ma una richiesta di aiuto. Caduto dal nido, sembrava avere un destino già scritto. Eppure è stato fortunato. Chi ha sentito il suo lamento ha saputo subito cosa fare: chiamare il Centro recupero animali selvatici ENPA di Bettona. Così, nonostante la diffidenza tipica dei selvatici, il giovane rapace si è affidato alle cure degli operatori del rifugio. Qui potrà superare il trauma e ricevere tutte le terapie necessarie per recuperare le forze e tornare, maestoso, a sorvolare queste dolci colline.

Anche i migliori sbagliano – Al rifugio di Bettona sono tanti gli animali bisognosi di cure. Tra gli ospiti, anche una poiana reduce di una battuta di caccia andata male. Inseguendo una preda, è finita intrappolata in una rete di acciaio, senza possibilità di divincolarsi. Al Cras è in buona compagnia: rondoni, barbagianni, cornacchie. “Finché abbiamo spazio, qui accogliamo tutti” racconta Martina, l’operatrice che ci accompagna per la struttura. “Anche chi non ha speranza di tornare in libertà. Altrove, alcuni dei nostri ospiti sarebbero già stati soppressi”, dice mostrandoci una coppia di cornacchie. Una delle due non può più volare. La sua unica speranza di sopravvivenza sono le attenzioni quotidiane che riceve nel rifugio
Attenti all’uomo – Oltre agli incidenti stradali, restano i pericoli dovuti al bracconaggio. Sono frequenti i rapaci che arrivano al rifugio con ferite provocate dai cacciatori. Succede anche alle specie protette. «Per un esemplare che siamo riusciti a salvare, molti altri muoiono senza alcun tipo di aiuto. E questo succede perché vengono cacciati e abbattuti senza che nessuno se ne accorga» scrive in una nota ENPA Perugia, chiedendo un giro di vite su un fenomeno che riguarda tutta la provincia.



Sentieri selvaggi – “È spuntato all’improvviso». È la tipica frase pronunciata dagli automobilisti dopo l’impatto con un animale selvatico. Le carcasse dei malcapitati restano ai margini delle strade per giorni, finché sull’asfalto non restano che tracce di sangue lasciate a sbiadire. «A rischiare di più sono soprattutto i ricci» dice il dottor Massimo Floris, veterinario e direttore sanitario del Cras di Bettona. «Si risvegliano dal letargo invernale e in questo periodo è frequente vederli attraversare le strade. Ma alla guida sono poco visibili a causa del loro colore, inoltre camminano molto lentamente». Ma le vittime della strada sono tante: caprioli, volpi, faine, tassi. Per evitare eventi spiacevoli e rispettare la natura, il veterinario invita ad alcuni semplici accorgimenti: «Innanzitutto moderare la velocità alla guida e prestare attenzione ai cartelli che segnalano la presenza di animali». Poi, spiega, ci sono azioni da non fare: «Se ci troviamo di fronte a un capriolo ferito, è assolutamente vietato cercare di accarezzarlo perché soffre di cardiopatia emorragica che subentra nel momento dello spavento».


Di nuovo liberi – «Non è stato facile» racconta il dottor Floris. Si riferisce al salvataggio di due caprioli adulti, feriti in un incidente stradale a Bevagna. «Uno era completamente paralizzato, aveva avuto un trauma cranico. L’altro invece aveva varie fratture, ma era cosciente. Il recupero di questi animali è sempre molto difficile, bisogna avere esperienza. Non è come raccogliere un cane investito, benché anche lì ci voglia attenzione». Oggi i due ungulati sono tornati in libertà, con la soddisfazione di tutti gli operatori. «È stata fortuna, perché siamo arrivati in tempo per evitare la tragedia. Ma è stato fortunato anche l’automobilista perché sarebbe potuta andare peggio anche per lui o altri».



Viva il lupo – Ma un’impresa davvero impossibile è capitata qualche anno fa, quando al rifugio sono stati ricoverati quattro cuccioli di lupo, rimasti orfani. «Ci sembrava un’impresa impossibile. Non si trattava di animali investiti. Erano malati, denutriti, uno era in fin di vita. Alla fine siamo riusciti a rimetterli in sesto e a liberarli, in accordo con il Parco nazionale d’Abruzzo, ad Alfedena, in provincia de L’Aquila».
Lupo, caro a San Francesco ma meno agli italiani. È stata infatti recepita dal Senato la legge europea che declassa il lupo, da specie rigorosamente protetta a specie protetta. «Viene creata una cultura negativa, forse dovuta alla tradizione delle favole» dice il dottor Floris. «Ma le percentuali di bestiami attaccati dal lupo sono bassissime. E ci potrebbero essere scelte migliori per la sicurezza degli allevamenti, come quelle fatte nei paesi dell’est Europa, utilizzando cani da guardia adeguati. Inoltre il lupo è il bioregolatore per eccellenza, l’unica soluzione per il contenimento dei cinghiali, che invece sono un problema».


Sono tanti gli animali bisognosi di cure. Anche perché sta crescendo l’attenzione per la tutela dei selvatici, come racconta il dottor Floris: «Qui il fine settimana, quando è stagione, c’è la fila di persone. magari uscite per una scampagnata, che portano scatole e gabbiette. Devo dire che negli ultimi cinque anni questa sensibilità è notevolmente cresciuta».
