L’ultima edizione degli Oscar, con le sue nomination e le sue vittorie, ha riacceso il dibattito sugli esclusi eccellenti, ormai un vero e proprio rituale che ogni anno accompagna l’evento. Tra le assenze più discusse spicca quella di Russell Crowe, rimasto fuori dai giochi nonostante l’intensa interpretazione in Norimberga. La sua lettura di Hermann Göring, costruita con una presenza scenica dominante e una miscela di carisma, intelligenza e ambiguità, era da molti considerata tra le più imponenti della sua carriera. Una prova che in tanti avevano già definito “da Oscar”, anche per il tipo di ruolo storicamente caro all’Academy: La Shoah.

L’evoluzione della Shoah sul grande schermo – Il genocidio del popolo ebraico continua a catturare l’attenzione del cinema, e forse la settima arte resta il mezzo più potente per raccontarlo. Se subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale le informazioni relative allo sterminio più famoso della storia erano limitate, nel corso dei decenni e specialmente dopo il processo Eichmann del 1961, il modo di raccontare la Shoah nel cinema è molto cambiato. Secondo il regista e studioso israeliano Eyal Boers, queste trasformazioni dipendono da vari fattori. «Ci sono molti modi in cui l’Olocausto viene rappresentato. E penso che ci sia, naturalmente, una differenza tra i vari Paesi in base alle loro esperienze. Per esempio, non tutti hanno vissuto l’Olocausto sul proprio territorio, né tutti hanno avuto campi di concentramento sul proprio suolo. Quindi spesso i film descrivono ciò che è accaduto agli ebrei fino al momento in cui sono stati deportati fuori dai rispettivi Paesi – spiega Boers – e naturalmente c’è anche una differenza legata ai periodi storici». Secondo il regista, solo dopo la fine degli anni ‘70 sono uscite produzioni basate su conoscenze più solide, specialmente in Europa e Stati Uniti: «Iniziano ad apparire film che descrivono anche la collaborazione della popolazione locale con i nazisti. Prima i film si concentravano soprattutto sull’eroismo della popolazione locale, su come resistesse ai nazisti e li combattesse, poi emerge un quadro più complesso, in cui la popolazione collabora con i nazisti e perseguita gli ebrei direttamente».

La vita è bella e il racconto italiano – Emblematica è una delle pellicole italiane più conosciute e apprezzate nel mondo, La vita è bella, vincitrice di tre premi Oscar e di molti altri riconoscimenti nazionali e internazionali. Il film di Roberto Benigni ha contribuito in modo significativo a portare la rappresentazione della Shoah in Italia all’attenzione del pubblico di tutto il mondo, suscitando però un acceso dibattito. «Quel film è molto complesso – sottolinea il regista – molti lo considerano un contributo davvero importante allo studio dell’Olocausto, perché mostra ciò che è accaduto agli ebrei in Italia. Però è stato anche criticato, a partire dal titolo: secondo alcuni non è possibile mostrare così tanta comicità in un periodo come quello. E non ha molto senso pensare che un bambino possa essere sopravvissuto a un’esperienza simile». Boers ritiene che il cinema nostrano abbia seguito un’evoluzione simile a quella di altri Paesi: «Fino agli anni 60 numerosi film raccontavano l’eroismo della popolazione locale e la resistenza al nazismo. Poi sono arrivate pellicole più complesse che mostrano anche il volto dell’antisemitismo in Italia. Persino nell’opera di Benigni si percepisce questa presenza. Non sono solo i tedeschi e i nazisti, anche gli italiani possono essere antisemiti».

Gli eroi hollywoodiani – Il modo di rappresentare la Shoah cambia profondamente anche a seconda del contesto culturale e del pubblico a cui il film si rivolge: «Le pellicole americane di successo, ad esempio Schindler’s List, tendono ad avere un lieto fine e il protagonista non è ebreo. Come Schindler, interpretato da Liam Neeson, così il pubblico può identificarsi con lui e comprendere la storia attraverso occhi non ebraici. Oppure La scelta di Sophie dove Meryl Streep non è ebrea. Molti film hollywoodiani mostrano che la Shoah è stata una fase storica terribile, ma che c’erano anche buoni cristiani». Nelle produzioni israeliane, invece, la prospettiva si rovescia: «È scontato che, quando si parla dell’Olocausto, il protagonista sia ebreo».
Non esiste un lieto fine – Il racconto israeliano parla di un trauma collettivo che passa di generazione in generazione, di padre in figlio in nipote. Non esiste un lieto fine e non è la fondazione dello stato di Israele l’ultimo capitolo, la storia è ancora in evoluzione. Alla frattura solcata dallo sterminio nazista, si aggiunge il racconto di uno stato tormentato, segnato dalla guerra. Tutto questo si riflette sul grande schermo. «In film come Kippur di Amos Gitai, per esempio, vediamo un soldato che combatte nel 1973 ma è perseguitato dall’esperienza della Shoah dei suoi genitori e dalla paura dell’annientamento». Per questo motivo la rappresentazione è molto diversa: «Nei film israeliani ci sono sempre eroi ebrei e l’Olocausto è una questione post-traumatica. In Schindler’s List, alla fine i sopravvissuti rendono omaggio a Schindler andando sulla sua tomba a Gerusalemme, come se il lieto fine dell’Olocausto fosse Israele. Nei film israeliani, invece, Israele non ha risolto l’Olocausto. La Shoah continua a penetrare la società e la cultura».

