Andate a Perugia e chiedete quale fu la stagione più bella della squadra biancorossa. Difficilmente troverete risposta diversa da «quella di Galeone». L’allenatore napoletano, morto lo scorso 2 novembre, cambiò radicalmente la storia del calcio perugino. Galeone arrivò nel capoluogo umbro nel 1995, a stagione in corso. La squadra, al secondo anno consecutivo in Serie B, veniva da un filotto di sconfitte che portarono il presidente Gaucci a esonerare Walter Novellino, sostituendolo proprio con Galeone, che in meno di un anno centrò il traguardo della massima categoria. «Quando arrivò eravamo in ritiro punitivo, ma lui decise di farlo finire immediatamente – racconta Federico Giunti, ex calciatore e capitano del Grifo – così si guadagnò subito la fiducia della squadra». Quel gesto inaugurò un rapporto fondato non tanto sul controllo quanto sulla responsabilità. Giunti, nominato capitano dal nuovo tecnico, ricorda bene l’impatto psicologico di quella scelta: «Gli devo tanto dal punto di vista professionale e umano – racconta – era una persona che non amava alzare la voce, ma in campo esigeva. Aveva le sue idee e, per portarle ai massimi livelli, ti dovevi allenare come voleva lui». Il suo modo di comunicare, diretto e ironico, creava un clima unico: «Sapeva sdrammatizzare tanto – confida Giunti – «ed era il primo a voler creare un gruppo unito». La squadra iniziò così a ritrovarsi anche fuori dal campo.
Le cene al Trasimeno – Tra i ricordi più vividi ci sono le cene del mercoledì al Lago Trasimeno. «Le offriva sempre lui – racconta Giunti – e mentre noi andavamo via verso le undici, lui restava fino all’una o alle due a raccontare storie con lo staff». Con in mano il suo immancabile calice di vino, trasformava quelle serate in un rito di unione e condivisione. Il gruppo cresceva lì, tra aneddoti e chiacchiere. Per lui il legame umano non era un contorno ma l’elemento fondamentale del lavoro. «Era un modo di stare insieme, di volersi bene», ricorda ancora Giunti. Non mancavano nemmeno momenti di leggerezza sportiva, come le celebri partite di basket: «Aveva fatto costruire un campetto, così giocavamo partitelle divertentissime, anche se eravamo scarsi». In quelle ore si rompevano barriere, si costruiva fiducia, si plasmava una squadra.

Una stagione irripetibile – L’impatto di Galeone sul gruppo incise sul gioco della squadra che, partita dopo partita, si avvicinava sempre di più allo storico risultato della promozione in Serie A. Il cambiamento tattico e filosofico, per gli attaccanti, fu immediato. «Il suo gioco era sempre propositivo, sempre all’attacco», racconta Marco Negri, che in quella stagione fu il capocannoniere della squadra con 18 gol. L’idea di Galeone era chiara, esigente ma coinvolgente: «Sapeva proporre il suo calcio e spiegarlo a tutti – conferma l’ex centravanti – se non fosse subentrato lui, non staremmo parlando di quella promozione». Il Perugia giocava bene ovunque, trascinato da una proposta aggressiva, moderna, entusiasmante. Allo stadio Curi, davanti a ventimila o venticinquemila persone, tutto sembrava possibile.

Il rammarico – Per i suoi giocatori, Galeone era un maestro esigente ma rispettoso. «Non entrava nelle vite private, non controllava – ricorda Negri – perché ti considerava un professionista». Riteneva che il valore di un gruppo dipendesse dalla maturità dei singoli e si concentrava su ciò che sapeva fare meglio: allenare, insegnare, trasmettere visione. Resta però un rammarico: «Meritava di allenare una grande squadra – dice l’ex attaccante – Quel Perugia, con qualche inserimento, avrebbe potuto aprire un ciclo importante». Una sensazione diffusa tra chi visse quella stagione: la percezione che il lavoro di Galeone avesse in sé il potenziale per portare la squadra ancora più lontano.
La sua eredità – Oggi, nel ricordare Giovanni Galeone, la città rivede non solo l’allenatore ma l’uomo. Un uomo che trasformava un gruppo in una famiglia, che univa ironia e rigore, che costruiva calcio attraverso le relazioni. La sua stagione a Perugia rimane una delle pagine più profonde della memoria biancorossa proprio perché racconta un modo di essere prima ancora che un modo di allenare. Chi lo ha conosciuto parla di un maestro. E nella voce di chi lo ricorda c’è un filo comune: la capacità di far star bene le persone, di tirare fuori il massimo da ciascuno, di trasformare una squadra in qualcosa che somiglia molto a una famiglia.
