A(f)fari spenti

Serrande abbassate e lucchetti chiusi. La pandemia mette l’economia in ginocchio
Alberghi, negozi d’abbigliamento, bar e ristoranti. Per Confcommercio: “Solo nel turismo 360 milioni in fumo”. E tra poco si apre la fase 2, come far ripartire l’Umbria che lavora?

Niente Pasqua con chi vuoi e Pasquetta fuori porta. Niente ponti del 25 aprile e addio agli eventi del 1°maggio.  Dopo aver azzerato i contatti sociali il coronavirus cancella la stagione dei ponti primaverili. Giorni, settimane, mesi depennati dal calendario. Una primavera mai sbocciata.

«90 milioni di euro che non arriveranno mai sul territorio» racconta Simone Fittuccia, presidente Federalberghi, reduce da l’assemblea con i delegati regionali. Nella sua voce c’è lo sconforto di chi non ha ancora avuto risposte e sta cominciando a cancellare le prenotazioni previste per l’inizio del prossimo anno: «Perché manca una visione del futuro, anche i comuni soffrono per la mancanza di direttive precise. I 90 milioni vanno moltiplicati per quattro se si vuole fare un calcolo sul danno vero a tutto l’indotto, 10 euro spesi negli alberghi ne producono 40 investiti in bar, ristoranti e altre attività». I numeri sono quelli, ottimi, dei primi sei mesi del 2019. Quest’anno sembrava promettere ancora meglio. Un aiuto alla categoria potrebbe arrivare dall’annullamento delle imposte comunali, come ha fatto il sindaco di Todi, Antonino Ruggiano. «Decisioni come quelle prese a Todi stiamo cercando di farle adottare in tutta la regione – prosegue Fittuccia – eliminare anche solo Tari e Tosap (la tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche) riuscirebbe a non mettere subito a rischio licenziamento parte degli operatori del settore». Federalberghi conta 360 associati, ma in Umbria il totale delle strutture arriva a quasi 600 unità, che significa circa 16mila lavoratori messi all’angolo. 3mila invece sono gli stagionali che non avranno alcuna possibilità, teme Fittuccia, di essere richiamati se questa situazione rimarrà stagnante. «Per arginare il problema e per iniziare a programmare il lavoro durante la Fase 2 – aggiunge Fittuccia – stiamo dialogando con l’assessore al turismo Paola Agabiti allo scopo di introdurre dei voucher emessi direttamente dalla Regione, che “regalino” una notte in più sul soggiorno prenotato». Il vecchio “prendo due e pago tre” rischia di essere un incentivo non sufficiente a salvare i posti se di concerto, conclude Fittuccia, «non sarà avviato anche un piano di defiscalizzazione del lavoro».

È il filo rosso dell’incertezza che collega questa realtà al settore della moda. Comparto anch’esso in ginocchio, ora necessita di una programmazione a lungo termine e più chiarezza per sciogliere tutti i nodi del presente e prossimo futuro. «La moda viene gestita con almeno 3 addetti per negozio se facciamo una media tra le attività a conduzione familiare e gli esercizi con dipendenti», dice il presidente di Federmoda Carlo Petrini. Basta moltiplicare per le 5mila imprese e il risultato è circa 15mila impiegati a rischio nella sola Umbria. «Dal 20 marzo a oggi siamo ufficialmente a meno 100% del fatturato – continua Petrini – anche se già da metà febbraio c’è stato un calo drastico», e l’online non aiuta nemmeno a rimanere a galla «Troppo poco spazio nel settore è stato dato in passato all’innovazione, solo in momenti come questo ci accorgiamo quanto può essere importante» aggiunge Petrini che conclude con la ricetta per ripartire: «Prima di tutto servono le condizioni affinché si possa garantire a tutti di lavorare in sicurezza, lontani dal rischio contagi. Poi però è importante spostare i saldi estivi dal 4 luglio al primo agosto reinserendo la regola (presente nelle altre regioni) del divieto di vendite promozionali trenta giorni prima della data d’inizio saldi».

Che ne sarà invece dei bar e ristoranti?  «Erano 4.729 in Umbria alla fine dello scorso anno. Ma con la riapertura del Paese – afferma il presidente di Fipe Confcommercio Umbria, Romano Cardinali – gli umbri rischiano di non trovare più aperto né il bar sotto casa, né la trattoria di quartiere». Anche in questo caso ritorna il tema della mancanza di una politica che dia un messaggio univoco e coerente in aiuto a un pezzo importante del sistema produttivo. «Gli interventi sin qui messi in campo dal Governo – prosegue Cardinali – sono solo una risposta parziale: la liquidità non è ancora arrivata, la garanzia per importi massimi di 25mila euro è una cifra lontanissima dalle effettive esigenze delle imprese e la burocrazia rimane soffocante». In Italia il settore dei pubblici esercizi come bar, ristoranti, pizzerie, catering, e pasticcerie, con miliardi di euro di perdite, è in uno stato di crisi profonda, con il serio rischio di veder chiudere definitivamente 50mila imprese e di perdere in totale 300mila posti di lavoro, secondo i dati di Confcommercio aggiornati al 21 aprile. «Già molti imprenditori stanno maturando l’idea di tenere chiuse le attività qui in Umbria – conclude preoccupato Cardinali – perché ad oggi non si intravedono le condizioni di mercato per poter riaprire».

Autore

Riccardo Annibali

Nato a Roma il 26 febbraio 1989, laureato in Scienze della Comunicazione presso l'università Lumsa e giornalista praticante della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia.