Informazione sotto attacco: il prezzo del giornalismo d’inchiesta tra minacce e querele

Oltre 300 i giornalisti che hanno subito intimidazioni nei primi mesi del 2025: cosa significa fare informazione in Italia. Amalia De Simone: «Querele come spada di Damocle»
L'avvocata Caterina Malavenda: «Una denuncia, anche se infondata, può diventare un deterrente a scrivere»

Nei primi sei mesi del 2025, 361 giornalisti hanno subito intimidazioni. I dati, diffusi dall’osservatorio Ossigeno per l’informazione, mostrano come il numero questi episodi, classificati come deliberate violazioni della libertà di informazione, è aumentato del 46% rispetto all’anno precedente. Il giornalismo, soprattutto quando si fa inchiesta, è messo a dura prova con minacce, pressioni e querele. Sempre secondo il rapporto di Ossigeno, nel nostro Paese vengono presentate circa 10.000 querele l’anno contro giornalisti, blogger e operatori dell’informazione. Un dato che descrive un fenomeno strutturale: l’uso della querela per diffamazione come strumento intimidatorio, spesso slegato da una reale possibilità di condanna. Al procedimento penale spesso si aggiunge una causa in sede civile, ancora più insidiosa per i giornalisti – soprattutto precari e freelance senza un editore alle spalle – con richieste di risarcimento danni. Anche la sola minaccia di un processo civile, con tempi lunghi e richieste spropositate, è un deterrente contro inchieste “scomode”.

La spada di Damocle dei giornalisti – Di intimidazioni e querele abbiamo parlato nel nostro podcast con la giornalista d’inchiesta Amalia De Simone. Nel suo racconto sono emerse le conseguenze concrete di questi strumenti di pressione: «Non abbiamo nessuna tutela. Ricevere questo tipo di intimidazione – spiega la giornalista – significa mettere in conto che per anni avrai una spada di Damocle sulla testa perché i procedimenti giudiziari sono lunghi. Devi pagarti l’avvocato e non sempre l’editore ti tutela, soprattutto se sei un precario».

Chi paga il prezzo dell’inchiesta? – Investire nel giornalismo d’inchiesta comporta dei costi, delle responsabilità e delle conseguenze. «Tutto ciò – dice De Simone – non può gravare solo sul giornalista. Deve essere una responsabilità di tutto il giornale, dalle piccole alle grandi realtà, perché se l’editore beneficia economicamente del lavoro del cronista dovrà anche farsi carico delle conseguenze di un determinato lavoro». Quello del giornalismo di inchiesta è un lavoro impegnativo per chi decide di intraprenderlo. Ma cosa spinge il cronista a continuare di fronte a minacce e intimidazioni? «La passione per il mio lavoro e un senso di giustizia – risponde De Simone – non so fare questo mestiere diversamente, non posso non approfondire le notizie. Se ho una notizia so che devo darla».

Querele temerarie – Le cosiddette «querele temerarie» sono in questo periodo al centro del dibattito sulla libertà di stampa. Ma cosa significa a livello giuridico? «Dal punto di vista tecnico, le querele temerarie non esistono» spiega Caterina Malavenda, avvocata esperta di diritto dell’informazione: «si tratta di una semplificazione giornalistica».

Diritto penale – Il codice di procedura penale prevede che se il giudice accerta che una querela è stata presentata in mala fede, cioè sapendo che il reato non c’è, l’imputato assolto perché il fatto non sussiste o perché non lo ha commesso può chiedere un risarcimento. Il giornalista che esercita il diritto di cronaca o di critica viene assolto perché il fatto “non costituisce reato”: purtroppo, questa formula non consente alcun risarcimento. «Questo – dice Malavenda – significa che, allo stato attuale, nessuna tutela economica contro le querele temerarie gli viene garantita anche se ha svolto correttamente la sua attività e, perciò, viene assolto».

Diritto civile – Esiste invece la lite temeraria in ambito civile che consente, almeno in teoria, di sanzionare chi promuove una causa abusando del processo. «In questi casi – spiega l’avvocata – può essere riconosciuta un’indennità alla parte che ha subito la causa. Se poi viene accertata la colpa grave, si parla propriamente di lite temeraria e il risarcimento può essere più elevato. Il problema è che questa norma, pur esistendo, viene applicata molto raramente. Di fatto la tutela rimane debole».

La vera minaccia è la paura di scrivere – Le regole esistono e molti giudici le applicano correttamente, ribadisce l’avvocata Malavenda: «Le cause si possono vincere o perdere, con una quota di incertezza inevitabile». Il problema principale, però, sta a monte: «La paura delle cause». Una querela infondata comporta costi economici, stress e preoccupazioni. «Questo può diventare un deterrente a scrivere, a fare inchieste, a gestire un sito o un blog informativo», conclude Malavenda. Un effetto particolarmente evidente nel giornalismo d’inchiesta, che richiede tempo, risorse e rigore. «Quando l’inchiesta è fatta bene, oggi viene riconosciuta anche dai giudici», sottolinea Malavenda. «Ma il rischio legale resta, e pesa sulle scelte di chi informa».

Autore

Agnese Paparelli

Sono nata e vivo ad Assisi. Mi sono laureata in Lettere Moderne e Comunicazione d'impresa presso l'Università degli Studi di Perugia. Giornalista pubblicista dal 2023, mi piace informarmi e informare su politica, sport e cultura. Sono appassionata e ho lavorato nel mondo della comunicazione digitale.