Umbria, effetto covid sulla Sanità: medici nel limbo

Difficoltà di accesso, condizioni lavorative e basse retribuzioni: continua l’emorragia di operatori sanitari verso altre regioni o all’estero
Lucilla Crudele, Cnsu: il contratto è un’incognita per migliaia di specializzandi chiamati nell’emergenza, occorre aumentare le piante organiche

Durante la prima fase della pandemia li abbiamo chiamati eroi. Hanno prestato servizio negli ospedali e sul territorio, sottoponendosi a turni e condizioni di lavoro massacranti. Ma oggi, per gli oltre 13.000 giovani medici specializzandi assunti per l’emergenza Covid-19 e che nella fase più intensa hanno lavorato fianco a fianco con colleghi e coetanei, il futuro resta incerto. Prima della pandemia, erano meno di 9000 le borse di studio a disposizione per i corsi di specializzazione in medicina. Un numero assolutamente insufficiente a colmare l’“imbuto formativo” formatosi in precedenza, con oltre 2000 giovani medici costretti a infinite attese e graduatorie prima di entrare negli ospedali. Finché la pandemia, come un fiume in piena, non ha rotto gli argini dell’ingresso in corsia, costringendo il governo a correre ai ripari. 

Secondo i dati del sindacato ospedaliero Fiaso, sono state circa 66.000 le assunzioni temporanee di personale sanitario dettate dall’emergenza. Di queste persone, ben 54.000 avrebbero il diritto di essere stabilizzate, tra cui anche gli specializzandi: «In migliaia hanno risposto ai bandi straordinari – spiega Lucilla Crudele del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari – e hanno stipulato contratti in scadenza al 31 dicembre di quest’anno. Adesso ci chiediamo se questi contratti verranno rinnovati, e se con i nuovi bandi si permetterà anche ai nuovi medici di fare domanda».

Resta inoltre l’incognita sulla stabilizzazione, il passaggio a un contratto a tempo indeterminato. «Se ne sta discutendo nella nuova legge di bilancio – prosegue Crudele – e riguarda chi ha lavorato come medico o infermiere per almeno 18 mesi nel periodo emergenziale. Per gli specializzandi però si pone un problema, perché prima si era soliti concludere il periodo canonico di specializzazione, che dura dai 4 ai 5 anni a seconda della disciplina». Insomma, la proposta crea non pochi dubbi tra chi era già in specializzazione e potrebbe venire così “scavalcato” da colleghi con meno esperienza di loro. Il rischio è che dopo aver risolto il problema del secondo imbuto dell’accesso in corsia questo si sposti in avanti, limitando le possibilità di stabilizzazione.

La soluzione è solo una. «Aumentare le piante organiche del sistema sanitario nazionale – prosegue Crudele – e in fretta, perché il tempo stringe. Tra chi è entrato con contratti d’emergenza e l’allargamento delle maglie per la specializzazione, pensiamo a quanti professionisti pronti a lavorare avremo tra 4-5 anni». Un patrimonio di persone e conoscenze che rischiamo di perdere o far scappare all’estero, dove le retribuzioni spesso sono anche più alte. In Italia invece si parla di indennità per chi lavora nei Pronto Soccorso con 90 milioni di euro per finanziare 100 euro mensili extra in busta paga. «Alcuni settori sono in reale carenza e avrebbero bisogno di un incentivo in più – conclude la dottoressa – tra tutti l’emergenza e il primo soccorso, dove lavoro. Il poco organico ci costringe a un’intensità di lavoro tale nelle ore di turno, che nemmeno rispettando i tempi di riposo riusciamo a recuperare le forze». Ma sono in crisi anche anestesia, rianimazione e medicina territoriale, in particolare le cure domiciliari.

Problematiche da cui l’Umbria non è esente. «La pandemia ha fatto emergere delle lacune ma ci ha dato anche degli input sulle cose da migliorare – spiega Stefano Cecchetti, rappresentante del sindacato infermieristico Nursing Up Umbria – nello specifico, la sanità territoriale. Pensiamo alla conformazione della nostra regione: borghi arroccati su colli, isolati per mancanza di infrastrutture e trasporti pubblici adeguati, abitati da una popolazione mediamente anziana, spesso impossibilitata a raggiungere in autonomia le strutture più importanti».

L’unica soluzione , per il sindacalista, è portare la sanità a casa. «In regione ci sono circa 5000 infermieri, una cifra ancora insufficiente. Siamo soddisfatti per l’ultimo concorso che ha portato a 720 assunzioni, colmando delle lacune un po’ a macchia di leopardo. Ma manca un piano sistematico a lungo termine».

Cosa si può fare dunque per rendere l’Umbria più attrattiva per i futuri medici e infermieri? «La priorità  – concorda Cecchetti – è il miglioramento delle condizioni lavorative. Inoltre, anche se negli ultimi anni ha perso qualche colpo, l’Università di Perugia rimane un centro d’eccellenza da cui potremmo ripartire. Servirebbe attirare nuovi professionisti che possano darci quella spinta in più che serve a tutta la regione. Altrimenti, la prima a pagare sarà la collettività».

Autore

Ilaria Puccini

Nata a Pisa nel 1991. Laureata in Mediazione Linguistica e Culturale a Venezia, prosegue gli studi con una laurea magistrale in Relazioni Internazionali alla Renmin University of China di Pechino. Giornalista praticante del XV biennio della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia.