Ospedale di Perugia, 20 mesi dopo: la nuova normalità del reparto Covid

Dall’emergenza alla nuova fase della pandemia, la dirigente Becattini: «Oggi conosciamo meglio la malattia. Grazie ai vaccini molti meno ricoveri, ma restano criticità»
I racconti delle infermiere in prima linea: «Tanto è cambiato, ma rimane la fatica in corsia. I no vax? I malati sono tutti uguali»

Sono passati più di venti mesi da quell’otto marzo 2020, quando è stato aperto il reparto Covid dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. Quel giorno, Lucia Medici, infermiera professionale di 32 anni, era lì ad allestirlo e ad accogliere i primi pazienti. Da allora, non è mai stato chiuso e lei non si è mossa di un millimetro. «Ogni volta che hai davanti un paziente grave è come se fosse la prima volta», racconta. Tante cose sono cambiate, ma la fatica del lavoro in corsia no. «Ormai – commenta Lucia – la vestizione è un po’ come quando metti il cappotto d’inverno. È come una seconda pelle. Ci sono colleghe che, passate in reparti ‘puliti’, si sentivano come spogliate, senza qualcosa addosso». La vestizione, ce la descrive Tiziana Maggi, infermiera rimasta in reparto per quasi un anno: «Calzari, soprascarpe, tute, camici, visiere, doppie mascherine, occhiali. All’inizio mi sentivo bloccata, poi abbiamo imparato anche questo». Lavorare così per più di otto ore, senza mangiare né bere, resta il peso più grande per tutto il personale sanitario impegnato nella lotta contro il Covid. Una stanchezza fisica, oltreché mentale.

Dentro il reparto – Ad aprirci le porte del reparto di medicina d’urgenza, stravolto dal virus, è la professoressa Cecilia Becattini. «La geografia del reparto – spiega – è cambiata del tutto». Al primo piano c’era l’osservazione breve intensiva, al secondo la stroke unit. Entrambi i livelli sono stati trasformati in strutture di degenza ordinaria Covid, di cui Becattini è responsabile. Strutture rimaste sempre aperte, anche nei momenti in cui l’epidemia ha rallentato. All’interno, lo scenario resta identico: pazienti ricoverati a letto, con l’esigenza di ossigenoterapia e ventilazione. Malati che hanno bisogno di assistenza 24 ore al giorno.

La forza del gruppo – La guerra non è ancora vinta: a distanza di venti mesi, fatica e incertezza iniziano a farsi sentire. «Ad oggi – chiarisce la professoressa – una cura per il Covid non esiste. Il peso più grande è entrare ogni giorno sapendo di non avere un’arma contro una malattia potenzialmente fatale. Questo, però, ci ha coalizzato. Ci ha motivato a crescere insieme». Per mesi nessun permesso né ferie, con turni aumentati e non più regolari. «Alcuni hanno chiesto o scelto di non essere coinvolti, altri hanno provato e poi rinunciato». Il reparto si è retto su professionalità diverse, che presto hanno cominciato a ruotare. Nelle difficoltà, il gruppo fa la differenza. «Per me, che dovevo coordinare – aggiunge Becattini – vedere loro che tornavano al lavoro tutte le mattine è stato come un incoraggiamento. Il singolo non può sopportare uno stress di questo genere». Alla professoressa, fa eco l’infermiera Lucia Medici: «Ci siamo stretti a vicenda».

Le infermiere del reparto Covid dell’ospedale di Perugia

Le storie dei pazienti – Non è solo il lavoro di squadra a dare forza allo staff. «Tutto quello che abbiamo ricevuto dai pazienti – ammette la professoressa – ci ha sollevato». Il personale sanitario è riuscito ad andare oltre le visiere. In un reparto così, sono tanti i momenti delicati. «Nella prima ondata – ricorda Lucia – c’era un paziente con una brutta polmonite. Quando lo accompagnai in rianimazione, mi disse: “Dammi la mano e mi raccomando: ci rivediamo, non mi abbandonare mai”. Ma, in quel tempo, sapevi che la maggior parte non ce l’avrebbe fatta». Molte le richieste di chiamare a casa prima del trasferimento in rianimazione. «Sai che forse è l’ultimo saluto ai figli e alla moglie. Lì, l’unica cosa che puoi fare è uscire dalla stanza e lasciare quel momento a loro». Medici e infermieri sono, tuttora, l’unico tramite tra il malato e il mondo. Il loro è un lavoro d’urgenza senza sosta: spesso le condizioni dei pazienti peggiorano in pochi secondi

«I malati sono tutti uguali» – La professoressa Becattini spiega che la situazione, in una parte del reparto, è rimasta tale. «Quando torni a casa e senti certi discorsi, verrebbe da spegnere il televisore», si sfoga. L’infermiera Lucia Medici racconta che, all’inizio, la curiosità di ascoltare le ragioni di chi non si vaccina era tanta. «Abbiamo cominciato a fare domande e non tutti si dichiarano no vax o hanno una posizione ideologica. Le risposte, però, sono incredibili. La novantenne contenta di aver vissuto la sua vita; il pensionato che dice: “che lo faccio a fare? Per fare l’orto?”; un altro paziente che si giustifica: “sono andato all’hub ma ho trovato chiuso’. È dura accettarlo ma continuiamo a far il nostro lavoro». E già, perché la cura non conosce distinzioni. «I pazienti sono tutti uguali – afferma l’infermiera Tiziana Maggi – i no vax non cambiano il lavoro del personale sanitario. Noi andiamo avanti perché tutto passi nella maniera più rapida». Speriamo.

Autore

Luca Ferrero

Nato a Pescara il 20/05/1991. Laureato in Lettere Moderne e Scienze Storiche all'Università di Bologna. Exchange Student presso il Department of History del King's College di Londra. Giornalista praticante del XV biennio della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia.