La stand-up comedy all’italiana

Il genere comico con una sezione dedicata su Netflix ha fatto boom anche in Italia negli ultimi anni.
Luca Ravenna: "Nell'epoca del digitale, post-pandemia, andare a vedere una persona in carne e ossa che parla per far ridere è un'esperienza sociale molto forte"

Come spiegare cos’è la stand-up comedy? “Probabilmente – risponde Daniele Tinti, 31enne di origini aquilane che ha fatto di Roma la sua città di adozione artistica – a chi non la conosce per niente, direi che faccio il monologhista comico. Ci sei tu, un palco, un pubblico che devi far divertire riuscendo a trasmettere la tua originale visione del mondo”.

Daniele Tinti durante un suo spettacolo


L’estate 2021, fatta di Green pass e dosi di vaccino anti-Covid, a Recanati, in provincia di Macerata, ha significato anche la ripresa degli spettacoli dal vivo. E si è scoperto che proprio nell’entroterra marchigiano molti degli stand-up comedian di oggi hanno mosso i primi passi. “Mi sono già esibito in questa zona in passato, al Reasonanz – continua Tinti, riferendosi a un circolo culturale, chiuso a inizio 2020, che si trovava sulle colline tra Recanati e Loreto – all’epoca era uno dei pochissimi posti, in Italia, a darci spazio”. Trovare un palco adatto a ospitare questo tipo di intrattenimento è il primo ostacolo da superare. “La stand-up – spiega ancora Daniele – vive grazie ai live, all’open mic (microfono aperto”, serate durante le quali, previa prenotazione, chiunque può esibirsi davanti al pubblico, ndr). Così proviamo le parti del monologo, capiamo cosa funziona e cosa no. Non cambia nulla se il pubblico è di città o di provincia: il nostro lavoro è sempre lo stesso, intrattenere”.


Francesco De Carlo

In tempi recenti, la stand-up comedy italiana è mediaticamente fiorita: spettacoli ripresi dal vivo (special, in gergo) sono stati diffusi dalle piattaforme straming, una nuova generazione di comici si è fatta largo in radio e televisione. Questa, in particolare, sembra essere ancora l’unico vero mezzo che permette di raggiungere la massa. “Sono convinto – dice Francesco De Carlo, una delle voci di Rai Radio 2 e tra i primi, in Italia, a fare stand-up comedy – che la tv sia tutt’oggi fondamentale, anche per chi fa comicità, per uscire dalla propria bolla”. Si tratta di contrastare l’effetto dei social network: da un lato il tuo volto può arrivare ovunque, dall’altro ti chiudi in una stanza dove il pubblico è sempre lo stesso, e perdi lo stimolo creativo. “C’è il rischio – continua De Carlo – di ‘predicare ai convertiti’. Anche perché in Italia la stand-up, che è una sorta di cantautorato fatto di sottintesi e paradossi, è un intrattenimento di nicchia: la tradizione dei personaggi-macchietta, stile commedia dell’arte, ha ancora la meglio”. Però, osserva Francesco, molti giovani che oggi si affacciano al mondo della comicità, la pensano come stand-up, non più come sketch o satira.

Esiste, in effetti, un tema generazionale. Il pilastro storico-culturale della stand-up comedy odierna, cui tutti si rifanno, è la “scuola anglo-americana“: Bob Hope, George Carlin, Bill Hiks e più recentemente Jerry Seinfeld, Louis C.K, Ricky Gervais. Nomi e volti che difficilmente sarebbero arrivati oltreoceano senza l’avvento di Internet prima, e delle serie TV poi. Sono autori televisivi, personaggi dello spettacolo che per modo di fare e linguaggio hanno avuto molta presa sui nati a partire dalla fine degli anni ’80. La “scuola italiana” si è formata sul loro esempio.

Una foto del collettivo marchigiano Contro Comedy

Anche per questo alle serate stand-up recanatesi – quasi tutte svoltesi alla fattoria sociale Cà di Luna, gestita da alcuni degli ex soci del circolo Reasonanz (solo Tinti si è esibito in un’occasione differente, il
festival Memorabilia del centro culturale Fonti San Lorenzo) – il pubblico ha un’età media variabile tra i 20 e i 30 anni. “Non esiste – afferma Marco Filipponi, uno dei due fondatori del collettivo marchigiano Contro Comedy che ha aperto le serate a Cà di Luna – una vera differenza tra stand-up e cabaret: conta come fai l’esibizione e il rapporto di fiducia che instauri col pubblico”. Rispetto al 2018, anno in cui il progetto Contro Comedy ha preso avvio, Marco ha osservato un interesse sempre maggiore da parte
delle persone, in parte perché nelle Marche non hanno concorrenza, in parte perché il genere ha acquisito, di suo, più notorietà. “Ai nostri open mic – dice con orgoglio – si sono esibite anche alcune ragazze, comunque poche in confronto al numero di ragazzi”. Sulla questione di genere, che non risparmia il mondo dell’intrattenimento comico, Marco ha una sua opinione. “Sembra più difficile per le ragazze – dice – un po’ perché pagano lo scotto di 60 anni di bigottismo, un po’ perché all’inizio puntano troppo su una ‘comicità maschile’, ricca di volgarità. Secondo me, sforzarsi in questo senso è controproducente: o fai ridere, o no”.

Luca Ravenna, autore e comico milanese

Come in ogni mestiere bisogna provare, e sbagliare. Sul riprendersi dopo un’esibizione andata male, in cui nessuno ha riso, concordano tutti: l’amaro in bocca rimane, però è una lezione per la volta successiva. “La serata più bella è sempre la prossima – afferma Luca Ravenna, autore e comico milanese trapiantato a Roma, recentemente nel cast del programma “Lol. Chi ride è fuori” – la serata più brutta è quella in cui vieni chiamato ma non ha senso andare, dove trovi una situazione che non è congeniale a un’esibizione”. Luca, attualmente uno dei volti più noti della stand-up italiana, riconosce di avere, insieme ai colleghi, una responsabilità nel continuare a nutrire questo genere di intrattenimento. “È una nicchia in espansione – spiega – ora ha dalla sua parte il fattore ‘coolness’, cerchiamo di mantenere alto l’interesse attraverso i podcast (vedi Cachemere podcast, di Ravenna ed Edoardo Ferrario, ndr) o gli special”. Rimane solo una domanda: cosa non smetterà mai di far ridere? “L’autoironia”, risponde Marco Filipponi senza pensarci troppo. Daniele Tinti: “Le cose più stupide”. Fa eco Luca Ravenna: “I peti. Come dice Louis C.K., non puoi non ridere al pensiero che il tuo sedere si trasformi in una trombetta”. Conclude Francesco De Carlo: “Il dolore farà sempre ridere. La vita è inspiegabile, e finisce in maniera tragica, al 100%. Un comico lo sa bene, e ci sguazza dentro”.

Autore

Elettra Bernacchini

Originaria di Recanati (MC), laureata in Semiotica all'Università di Bologna. Giornalista praticante del XV biennio della Scuola di giornalismo di Perugia.