Il bivio di via Birago, tra degrado e rinascita

Nato negli anni Trenta per famiglie operaie, negli anni 60 definito il "Bronx" di Perugia, il quartiere torna a vivere con assemblee pubbliche e centri culturali
Le associazioni: «Non solo disoccupazione, rapine e spaccio: oggi le famiglie tornano a vivere qui». Don Luca: «C'è un'aria nuova, la prima sfida è l'integrazione»

Lo scorso settembre, dopo due rapine a distanza di pochi giorni, a via Birago poteva scoppiare una bomba sociale, ma la rabbia degli abitanti, invece che deflagrare, è stata canalizzata in assemblee pubbliche. Un centinaio di persone in piazza per parlare dei problemi quotidiani e delle cose da cambiare. Perché quello di via Birago è un quartiere in bilico tra il baratro della stazione, zona franca della delinquenza perugina che dista solo un chilometro, e la salvezza rappresentata dall’associazionismo, dalla parrocchia, dai collettivi. Tutto ruota intorno ad una piazza: il punto in cui la strada principale si allarga e prende la forma di una mezzaluna. Sulla pavimentazione colorata, dove i bambini amano passare i pomeriggi, c’è una fontana che è la metafora del quartiere.

La Fontana – «Sarebbe da rimettere a posto, una volta c’era l’acqua ma non ha mai funzionato bene. Adesso qualcosa si sta muovendo», dice Marta, la tabaccaia che ha aperto il suo negozio nel 1982. A via Birago è nata e cresciuta. «Negli anni Sessanta, quando ero solo una bambina, questo quartiere era considerato il Bronx, ma per noi non era così disagiato. Un po’ di delinquenza sì – ammette – ma era normale rispetto a quella che abbiamo avuto negli anni successivi». Per Marta il problema è sotto gli occhi di tutti: «Quando aumentano i controlli in zona Fontivegge, la criminalità si sposta qui da noi». A settembre del 2020 è stata vittima di una rapina a mano armata. Subito dopo è stato il turno di Dino, il barbiere ottantenne che ha la sua attività a pochi civici di distanza. Nella sua bottega, in cui è rimasto tutto fermo agli anni Sessanta, la radio trasmette hit dei tempi andati. «Una volta era diverso – racconta – la gente veniva da me non solo per sistemare la barba, ma per scambiare due chiacchiere, leggere il giornale in compagnia. Quella di via Birago era una comunità».

Nuovi spazi – Ma ora si sta tentando un cambio di rotta. Il portierato di quartiere, il doposcuola per i ragazzi, il gruppo di acquisto solidale: sono solo alcune delle attività promosse in pochi metri quadrati da PopUp, centro culturale e sociale inaugurato ad aprile sulla piazza. Lo schema è semplice: una libreria indipendente per bambini (perché dai piccoli bisogna cominciare), l’angolo caffetteria per l’autofinanziamento e l’obiettivo di accorciare le distanze tra gli abitanti. Tre associazioni, MenteGlocale, Settepiani e CAP 06124, si sono aggiudicate lo spazio di proprietà Ater, attraverso un bando pubblico. Elena Zuccaccia, uno dei volti di PopUp, spiega che il quartiere era in stato di abbandono per lo spopolamento e la chiusura delle attività commerciali. Questo è un momento di rinascita: «Molte famiglie stanno tornando ad abitare qui. Il nostro progetto – aggiunge – si inserisce in un processo più ampio di rigenerazione urbana».

Il coloratissimo interno del centro culturale PopUp

La fine di un quartiere operaio – Quello che vive via Birago è il paradosso di un ex quartiere operaio in cui ora domina la disoccupazione. La Garbatella di Perugia, così è ribattezzato, nacque quando la città aveva bisogno di espandersi per dare un tetto alle tante famiglie di operai che non trovavano alloggi a basso costo. Francesco, del gruppo Operatori Sociali Autorganizzati (OSA), racconta che non c’è solo il problema dello spaccio e del consumo di eroina negli spazi abbandonati. È il lavoro che manca. Durante la pandemia la consegna di cassette alimentari ha fatto la differenza per le tante famiglie senza reddito. «Fin dalla prima apertura dello sportello sociale di via del Lavoro ci siamo resi conto che le vere piaghe sono il precariato e la disoccupazione», spiega. Per questo i ragazzi di Osa promuovono i cosiddetti scioperi alla rovescia: «Mettiamo precari e disoccupati a svolgere attività socialmente utili, dalla cura del verde alla risistemazione delle strade, per dimostrare che il lavoro ci sarebbe e che soprattutto servirebbe».

Le ex case popolari

La parrocchia – Nessuna forza politica è riuscita a prendere il posto del Pci, che una volta aveva la sua sede storica nel quartiere. La parrocchia di San Biagio e San Savino è l’unica istituzione che resiste. «Questo quartiere, sospeso tra il centro storico e la stazione, stava diventando un luogo di passaggio, un dormitorio. La vita si disperdeva assieme ai negozi che chiudevano», afferma Don Luca, parroco quarantenne originario di San Sisto. Ora si respira un’aria nuova, ma c’è ancora molto da fare. A partire dall’integrazione, che è un tassello fondamentale per un quartiere multietnico come quello di Birago. «In parrocchia – afferma Don Luca – abbiamo dei volontari musulmani. È molto difficile, ma stiamo cercando di rompere gli schemi, perché questa comunione tra fedi e culture diverse diventi la normalità».

Autore

Ludovica Passeri

Nata a Roma il 22 giugno 1995. Diplomata al liceo classico Terenzio Mamiani. Laurea magistrale in Storia alla Sapienza con Erasmus presso l’Université Paris-Sorbonne e borsa di ricerca tesi all’estero. Giornalista praticante del XV biennio della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia.