Carceri, guardie e medici in prima linea contro il Covid

Visite sospese, assistenza sanitaria ridotta. Antinarelli, direttrice del centro medico di Spoleto: abbiamo contenuto i contagi ed evitato situazioni fuori controllo
Complessa la gestione dei detenuti psichiatrici. Garofalo (Sappe): «E' dura spiegare loro che la mascherina è una tutela e non un’ulteriore costrizione»

L’8 marzo di un anno fa le rivolte in alcune carceri d’Italia. Da quel giorno, medici e polizia penitenziaria hanno iniziato un percorso per la salvaguardia dei detenuti. Gli effetti di quei mesi tragici sono ancora ben visibili, soprattutto nei soggetti più fragili.

Le conseguenze della pandemia – «Le visite di controllo sono sospese, così come gli interventi minori» spiega Simonetta Antinarelli, la responsabile del centro medico del carcere di Spoleto. Questo perché c’è una regola: i detenuti non possono rivolgersi al settore privato. Possono solo effettuare i check-up passando dal Sistema Sanitario Nazionale, che ora ha le liste di prenotazione bloccate. «Gli interventi di urgenza sono stati fatti, soprattutto quelli oncologici – conclude Antinarelli – ma ci vorrà tempo per tornare alla normalità».

Carenza di mascherine – A inizio pandemia è stato difficile trovare dispositivi di protezione in numero sufficiente, esponendo al rischio contagio dipendenti dell’amministrazione penitenziaria e detenuti. Lo stesso dipartimento sanitario ha provveduto a donare qualche mascherina perché non ce n’erano per le persone in reclusione. «Quello della lotta al Covid è un impegno che abbiamo affrontato tra mille difficoltà – conclude la dottoressa- ma che ha portato buoni frutti: abbiamo evitato che i contagi si diffondessero». Ovvero: che si creassero situazioni esplosive come quelle viste per esempio a Modena, dove negli scontri sono morte sette persone.

La polizia penitenziaria – L’ordine e la sicurezza sono stati garantiti soprattutto grazie all’operato della polizia penitenziaria, anche nel carcere di Perugia, dove si vive una situazione di relativa tranquillità, così come a quella Spoleto. «Quello che dice la dottoressa Antinarelli è vero – racconta Isaia Garofalo, rappresentante del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria – soprattutto quando parla della difficoltà nel trovare i dispositivi di protezione individuale. Abbiamo rimandato al mittente le mascherine che ci ha fornito la protezione civile, che secondo noi non erano adeguate, troppo simili a dei fazzoletti, ma ora stiamo meglio e possiamo proteggerci in modo adeguato».

Portare il virus da fuori a dentro «Avere un collega positivo è una brutta esperienza perché pensiamo di essere tutti possibili veicoli di contagio – racconta l’Assistente Capo – ma ci porta anche a cambiare abitudini: ci sono agenti che hanno dovuto trovare un’altra sistemazione, per evitare di tornare a casa e rischiare di contagiare i familiari. Oltre a questo, perdere un collega per due settimane o più ci ha costretti a fare sforzi maggiori per coprire le carenze di personale».

“Gli psichiatrici” – Il rapporto con gli uomini e le donne all’interno dei bracci psichiatrici è stato il più difficoltoso. La voce di Isaia Garofalo un po’ trema mentre dice che «è dura spiegare loro che la mascherina è una tutela e non un’ulteriore costrizione. Purtroppo – prosegue – ci scontriamo spesso con le difficoltà causate dalla chiusura nel 2015 degli ospedali psichiatrici giudiziari. Mai però avremmo potuto prevedere una pandemia».

Il vaccino – La speranza è tutta rivolta al vaccino. «Speriamo che si inizi davvero in tempi brevi – commenta Antinarelli – anche se ne dubito: abbiamo grande difficoltà a trovare abbastanza dosi per gli anziani, non so se e quando inizieremo a vaccinare detenuti e forze dell’ordine». Mentre Isaia Garofalo afferma: «Ho visto che nel carcere de L’Aquila la campagna vaccinale è partita. A Perugia ci sono tutte le condizioni per cominciare presto. Questo vaccino potrà salvarci dentro e fuori dal carcere».

Autore

Alessandro Ferri

Nato a Civitavecchia (RM) il 27/06/1994. Laureato in Comunicazione Pubblica e d'Impresa e in Media, Comunicazione Digitale e Giornalismo presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Giornalista praticante del XV biennio della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia.

Carceri, guardie e medici in prima linea contro il Covid

L’8 marzo di un anno fa le rivolte in alcune carceri d’Italia. Da quel giorno, medici e polizia penitenziaria hanno iniziato un percorso per la salvaguardia dei detenuti. Gli effetti di quei mesi tragici sono ancora ben visibili, soprattutto nei soggetti più fragili.

Le conseguenze della pandemia – «Le visite di controllo sono sospese, così come gli interventi minori» spiega Simonetta Antinarelli, la responsabile del centro medico del carcere di Spoleto. Questo perché c’è una regola: i detenuti non possono rivolgersi al settore privato. Possono solo effettuare i check-up passando dal Sistema Sanitario Nazionale, che ora ha le liste di prenotazione bloccate. «Gli interventi di urgenza sono stati fatti, soprattutto quelli oncologici – conclude Antinarelli – ma ci vorrà tempo per tornare alla normalità».

Carenza di mascherine – A inizio pandemia è stato difficile trovare dispositivi di protezione in numero sufficiente, esponendo al rischio contagio dipendenti dell’amministrazione penitenziaria e detenuti. Lo stesso dipartimento sanitario ha provveduto a donare qualche mascherina perché non ce n’erano per le persone in reclusione. «Quello della lotta al Covid è un impegno che abbiamo affrontato tra mille difficoltà – conclude la dottoressa- ma che ha portato buoni frutti: abbiamo evitato che i contagi si diffondessero». Ovvero: che si creassero situazioni esplosive come quelle viste per esempio a Modena, dove negli scontri sono morte sette persone.

La polizia penitenziaria – L’ordine e la sicurezza sono stati garantiti soprattutto grazie all’operato della polizia penitenziaria, anche nel carcere di Perugia, dove si vive una situazione di relativa tranquillità, così come a quella Spoleto. «Quello che dice la dottoressa Antinarelli è vero – racconta Isaia Garofalo, rappresentante del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria – soprattutto quando parla della difficoltà nel trovare i dispositivi di protezione individuale. Abbiamo rimandato al mittente le mascherine che ci ha fornito la protezione civile, che secondo noi non erano adeguate, troppo simili a dei fazzoletti, ma ora stiamo meglio e possiamo proteggerci in modo adeguato».

Portare il virus da fuori a dentro «Avere un collega positivo è una brutta esperienza perché pensiamo di essere tutti possibili veicoli di contagio – racconta l’Assistente Capo – ma ci porta anche a cambiare abitudini: ci sono agenti che hanno dovuto trovare un’altra sistemazione, per evitare di tornare a casa e rischiare di contagiare i familiari. Oltre a questo, perdere un collega per due settimane o più ci ha costretti a fare sforzi maggiori per coprire le carenze di personale».

“Gli psichiatrici” – Il rapporto con gli uomini e le donne all’interno dei bracci psichiatrici è stato il più difficoltoso. La voce di Isaia Garofalo un po’ trema mentre dice che «è dura spiegare loro che la mascherina è una tutela e non un’ulteriore costrizione. Purtroppo – prosegue – ci scontriamo spesso con le difficoltà causate dalla chiusura nel 2015 degli ospedali psichiatrici giudiziari. Mai però avremmo potuto prevedere una pandemia».

Il vaccino – La speranza è tutta rivolta al vaccino. «Speriamo che si inizi davvero in tempi brevi – commenta Antinarelli – anche se ne dubito: abbiamo grande difficoltà a trovare abbastanza dosi per gli anziani, non so se e quando inizieremo a vaccinare detenuti e forze dell’ordine». Mentre Isaia Garofalo afferma: «Ho visto che nel carcere de L’Aquila la campagna vaccinale è partita. A Perugia ci sono tutte le condizioni per cominciare presto. Questo vaccino potrà salvarci dentro e fuori dal carcere».