Omicidio col Pos, i commercianti: «Un’Umbria cashless potrebbe darci il colpo di grazia»

Un giro fra gli esercenti del centro storico di Perugia: «Per noi è solo un costo». Canone e commissioni gli ostacoli da superare
Da luglio 2020 dovrà averlo ogni commerciante senza limiti di costo, pena una sanzione di 30 euro più il 4% del valore complessivo

Il barista di un noto caffè del centro storico poggia lo strofinaccio, prende una cartella da sottobanco e estrae un foglio che riporta le transazioni di qualche giorno prima. Con l’indice ne punta una in particolare: un cliente che aveva pagato 3 euro e trenta con la carta. In fondo a destra, è indicata una commissione di 13 centesimi. «Moltiplicato per tutte le operazioni», commenta sconsolato, «a fine anno il Pos è un costo enorme». Capita spesso, alle occhiatacce del gestore verso chi “osa” pagare il caffè con carta, di lamentare l’arretratezza italiana sognando i paesi anglosassoni, dove in certi punti vendita si può addirittura prelevare alla cassa del bar come se fosse un bancomat.

La legge – Si discute molto sulle misure di incentivo al pagamento elettronico inserite nella manovra economica del governo Conte-bis insieme al giro di vite sui contanti per potenziare la lotta all’evasione fiscale. C’è chi, come Confesercenti, ritiene ingiusto gravare una categoria già in difficoltà e spinge per una web-tax sui colossi del digitale, e chi le ritiene la via principe per evitare il “nero”. L’obbligatorietà del Pos, acronimo di point of sale (punto di vendita), è stata prima introdotta dal governo Monti per le transazioni superiori a 30 euro, tetto ridotto a 5 euro durante il governo Renzi. Da luglio 2020 dovrà averlo ogni commerciante senza limiti di costo,  pena una sanzione di 30 euro più il 4% del valore complessivo.  Tecnicamente si tratta ancora di un “onere”, cioè non è prevista nessuna sanzione per i commercianti che non lo utilizzano: l’assenza del Pos, però, scarica la “colpa” del mancato pagamento sul commerciante. Chi paga, può continuare a pretendere di farlo esclusivamente via carta.

Finché non saranno ridotte le commissioni bancarie, il Pos crea per i commercianti una serie di costi «non bilanciati da un incentivo all’acquisto, perché se tu quel paio di scarpe vuoi prenderlo, lo prendi lo stesso», dice il titolare di un negozio di abbigliamento: «Soprattutto ora che siamo costretti a una guerra fra prezzi con i negozi digitali, per me è impensabile rigirare i costi sul cliente. Gli svantaggi ricadono su noi piccoli che non abbiamo il potere di trattare per ridurre le commissioni».

I costi del Pos – Andiamo con ordine: il Pos ha innanzitutto il costo fisso del canone mensile, dai 5 ai 25 euro, a cui si aggiungono le commissioni che le banche prendono su ogni transazione, in media l’1.2-1.7%, “con picchi del 4%”, secondo lo chef di un ristorante in zona Porta Sole che ha «appena smesso di accettare carte Diners per questo motivo». È bene ricordare che i commercianti non guadagnano materialmente tutti i soldi che noi gli paghiamo. Una gran parte finisce in mille rivoli: fornitori, personale,  tasse e imposte. È proprio per questo che quelli che a noi sembrano pochi spiccioli, moltiplicati per ogni transazione, possono fare la differenza.

Soprattutto per l’acquisto di alcuni beni già molto gravati, il Pos abbatte sensibilmente i ricavi. «Se accettassimo il pagamento elettronico di ricariche telefoniche da 5 euro o pacchetti di sigarette, di fatto ci rimetteremmo», dicono all’unisono marito e moglie gestori di una tabaccheria in centro. «Un conto è se questi soldi andassero allo Stato per riutilizzarli in favore della collettività – spiegano – ma non è giusto che le banche si arricchiscano con le commissioni mentre noi ogni giorno facciamo una battaglia di sopravvivenza».

In rete gira un video molto cliccato, dove un politico di FdI spiega che mentre una banconota da 100 euro, girando materialmente, non perde mai il suo valore, l’equivalente pagato via bancomat alla fine sparisce perché è lentamente eroso dalle commissioni. Molti commercianti, durante le interviste, hanno tirato fuori il cellulare per mostrarcelo…

Sono proprio le micro-transazioni, dove i ricavi sono più bassi, a spaventare i commercianti: specialmente in Umbria, una regione in cui il Pil è ai minimi storici e i consumi continuano a decrescere.«Anche per una questione di orgoglio», spiega il proprietario di una pizzeria al taglio, «quando vogliono pagarmi uno spicchio di margherita con la carta, prendo e glie lo offro io. Voi da fuori non lo capite, pensate che siamo avidi o arretrati, ma il nostro mestiere è diventato una guerra sui centesimi di euro per arrivare a fine mese».

Autore

Giovanni Maria Gambini

Nato a Assisi il 23 aprile 1992. Diplomato al Liceo Classico A. Mariotti di Perugia. Laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Perugia, con due periodi Erasmus a Madrid e Lisbona. Giornalista praticante del XIV biennio della SGRTV.