Dal grigio fiorisce il colore: una settimana nel sud-ovest Irlandese

Abbazie senza tetto in mezzo al verde, isole nell’Oceano, dolci colline e pub pieni di musica. Pochi posti nell’Europa del terzo millennio conservano un’aura così magica

Seduti su un piccolo palco, padre e figlio stanno suonando ‘Whiskey in the jar’, una delle più famose pub songs irlandesi. Fuori è buio pesto, fischia un gelido vento e la pioggia picchietta sui vetri delle finestre del cottage. Al bancone si affolla in cerca di birra la variopinta umanità del villaggio di Cill Rònàin, che con i suoi 300 abitanti è il più grande insediamento dell’isola. 

Siamo al Joe Watty’s, storica locanda di Inishmore, la maggiore delle tre isole Aran. Come rocce primordiali, le Aran sorvegliano da sempre la baia di Galway, a circa un’ora e mezzo di navigazione dalla costa occidentale irlandese. Di là in poi solo acqua, fino all’America. Fuori fanno 13 gradi, ma il calendario dice che è fine luglio. Dalle 10 del mattino alle 18, Inishmore è affollata dai turisti che arrivano con crociere di giornata per esplorare l’isola in bicicletta. Nel tardo pomeriggio si svuota e oltre ai mille residenti rimangono pochissimi forestieri. L’elettricità è arrivata sull’isola negli anni ’80, ma molte zone non sono ancora illuminate. In attesa che il fumante cottage pie (pasticcio di carne d’agnello e crosta di patate) si raffreddi, traccio un bilancio di questa settimana in Irlanda, la terra celtica incantata che nonostante la modernità mantiene intatto il suo fascino virginale

Il viaggio verso il sud-ovest è iniziato con una breve immersione nella capitale dell’Éire, Dublino, una città ormai internazionale che ogni anno perde qualcosa del proprio spirito originario. Lo ha confermato il marinaio dell’equipaggio che dal surreale porticciolo di Doolin – una rampa di cemento nell’acqua, ai lati scogliere a perdita d’occhio – ci ha portati fin qui. “Dublin used to have the guts”, ha detto, la città non ha più gli attributi che aveva. Per questo, spiega, lui si è trasferito nel Burren, una delle lande più desolate e caratteristiche d’Irlanda. 

Parco di Killarney

Limite di sicurezza
Veduta panoramica delle Cliffs of Moher

Da Dublino l’avventura è proseguita in automobile verso ovest, non senza qualche problema di guida a sinistra. Obbligatoria una sosta nel borgo di Athlone per una pinta di birra e un full irish breakfast nel pub più antico del mondo, lo Sean’s Bar, animato da una cordialità non dovuta al turismo. Man mano che si avanza verso l’occidente, si moltiplicano le chiesette immerse nel verde, le case colorate e le insegne in gaelico, lingua ufficiale della Contea di Galway – che dell’ovest è capitale – ricca di intrattenimento serale lungo le anse del fiume Corrib. 

L’itinerario si è poi sgranato come un rosario, di ostello in ostello, lungo il parco nazionale del Connemara, a circa due ore d’auto a nord di Galway: una distesa brulla ed incontaminata di torbiere, colline basse e arrotondate (drums), stagni e greggi di pecore in libertà, con il pelo lanoso sbaffato da una pennellata rossa, verde o azzurra per riconoscere a quale allevatore appartengono.

Bestiame, porte, case: in Irlanda è tutto dipinto. Attraverso il colore, la popolazione ha trovato l’unico modo possibile per rallegrare l’occhio, abituato a un cielo grigio e spesso come una coperta.

Continua il rosario. In un soffio se n’è andata la visita alle Cliffs of Moher, le ciclopiche scogliere che arginano l’Oceano come un’ordinata pila di torroni. Di loro il viaggiatore ricorderà i minuscoli gabbiani che volteggiano in cerchio, e in cima all’abisso i prati all’inglese dove brucano pigramente le mucche. Ancor più breve la tappa a Cork, nel sud, dove l’unica attrazione pare essere la possibilità di suonare il motivetto di Popeye usando le campane di una chiesa anglicana. Più grazioso, invece, il vicino borgo marinaro di Cobh, da cui nell’aprile del 1912 salpò il Titanic. Alla velocità della luce, poi, si è consumato il pernottamento a Kilkenny, ricca cittadina alle porte del Ring of Kerry nota per resort e campi da golf. 

Il cottage pie si è raffreddato e la decisione è presa. L’essenza dell’isola d’Irlanda si trova in un’isola oltre l’Irlanda: qui ad Inishmore. Non tanto per i luoghi primordiali come il forte Dun Aengus, edificato tremila anni fa dai misteriosi Fir Bolg. Né per il Wormhole, una perfetta piscina di roccia dove l’Oceano riversa la sua furia quando si alza la marea. Non per le botteghe che vendono i caratteristici golf di lana, e nemmeno per la colonia di foche o la spiaggetta di Kilmurvey, che a vederla ha una sabbia caraibica ma se ti tuffi l’acqua ti gela in un istante.La spiegazione, irrazionale, giace nelle profondità dell’aria che si respira. Che ci racconta di un posto pulito e fresco dove ancora non è arrivata la complessità, dove ci sono tre parroci e tre parrocchie, e la gente si rifugia nel tepore del pub perché fuori è buio, piove e fa freddo. Anche a fine luglio, quando a Roma l’asfalto è così bollente da deformare i cavalletti dei motorini.

Il custode di un cimitero celtico lungo la costa di Galway

Autore

Giovanni Maria Gambini

Nato a Assisi il 23 aprile 1992. Diplomato al Liceo Classico A. Mariotti di Perugia. Laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Perugia, con due periodi Erasmus a Madrid e Lisbona. Giornalista praticante del XIV biennio della SGRTV.