Il Bike sharing fa flop, ma il Comune ci riprova

Anche nel 2018 sono stati pochissimi gli abbonamenti al servizio di prestito “Bici Perugia” Per rilanciarlo si punta ad aumentare postazioni e mezzi. Il manager: «Ci crediamo ancora»
L'Agenda urbana di Perugia ha stanziato ulteriori fondi per costruire nuove stazioni nel centro storico L'obiettivo è raccogliere le categorie di utenti meno affezionate alle due ruote: studenti e turisti

Quella del Bike sharing di Perugia è una pedalata lenta. Lentissima. Da quando il programma è stato lanciato, nel 2013, sono poco più di seicento le persone che hanno sottoscritto l’abbonamento annuale per usare le biciclette a pedalata assistita. A giugno dello scorso anno, la data dell’ultimo resoconto comunale, erano appena 44. «Una risposta molto al di sotto delle aspettative – ammette Leonardo Naldini, manager della mobilità del Comune di Perugia – ma forse c’era da aspettarselo da una città storicamente restia a questo mezzo di trasporto».

Le stazioni – Le trenta biciclette del bike sharing perugino sono disseminate su sette postazioni di sosta. Sei sono in zona Pian di Massiano, nei pressi delle stazioni minimetrò e degli spazi verdi. La restante, installata per ultima, è in centro, a Piazza Italia. Per realizzarla il Comune ha rinunciato alla campagna pubblicitaria sul servizio. «È stata una scelta di cui non ci pentiamo – ci spiega Naldini – perché qualsiasi attività promozionale sarebbe stata limitata nel tempo, mentre quella stazione è uno spot permanente».

Il progetto – “Bici Perugia” fu presentato dalla Giunta Boccali al Ministero dell’Ambiente, che nel 2010 decise di finanziarlo con 250 mila euro per dieci anni, fra l’entusiasmo generale. Il concessionario, la società torinese Bicincittà, oggi incassa i magri guadagni e si occupa della manutenzione. Al Comune, invece, vanno tutte le spese. Ma un costo di questa entità, anche se motivato da intenti ambientalisti, fatica sempre più a giustificarsi con un’utenza così esigua. A tal punto che da marzo dello scorso anno il caso è sul tavolo della Corte dei conti. «Su questo siamo tranquilli – puntualizza Naldini – perché i fondi sono quelli ritenuti adeguati dal Ministero, e noi abbiamo semplicemente realizzato il progetto approvato». Eppure un servizio così non può reggersi su questi numeri. E allora le strade sono due: arrendersi a una Perugia senza biciclette o provare a rilanciare.

Il rilancio Il Comune di Perugia ha scelto di non abbandonare il progetto, e ha deciso di utilizzare parte dei soldi dell’Agenda Urbana per potenziare il servizio.  Le postazioni di sosta diverranno almeno 20, mentre le biciclette passeranno da 30 a 150. Un azzardo? Forse, ma il Comune è convinto che la causa del flop non sia lo scarso interesse dei cittadini ma la mancata capillarità del servizio. L’obiettivo principale è allargare l’utenza a due categorie su tutte: gli studenti e i turisti, entrambi tipici frequentatori del centro storico, dove sorgeranno quasi tutte le nuove stazioni. Finora “Bici in città” è stato infatti concentrato a Pian di Massiano perché pensato soprattutto come strumento di connessione fra le stazioni del Minimetrò e i luoghi di interesse della città («integrazione intermodale del Minimetrò», fu la formula usata). Un piano che non ha funzionato.

 

Mal comune – La delusione sui risultati del bike sharing accomuna Perugia a molte altre città italiane. Dopo l’iniziale esaltazione, le cronache hanno cominciato a registrare un fallimento dopo l’altro. Roma, Bologna, Torino, Varese, Lecco, Salerno, Novara, Reggio Emilia: sono solo alcune delle città finite al centro di un “caso bike sharing”. E il fallimento è anche quello delle app dedicate come Bluegogo e Obike, che speravano di rilanciare il settore rinunciando alle stazioni e consentendo di lasciare le bici ovunque.

«I Comuni sono incantati da questa retorica del bike sharing, spesso fomentata dalle aziende fornitrici. E Perugia non fa eccezione».

Il parere – Antonio Casella è direttore dell’Istituto Commercio Servizi, un centro studi sulla pianificazione territoriale. Da anni raccoglie tutti questi episodi per costruire un’indagine completa sul tema. «I Comuni – ci spiega – sono incantati da questa retorica del bike sharing, spesso fomentata dalle aziende fornitrici. E Perugia non fa eccezione». Però le grandi città come Milano vanno meglio. «È vero, ma è solo una questione di dimensioni e possibilità di spesa: una metropoli può permettersi il ‘lusso’ di stanziare un milione di euro per il bike sharing. Per una città medio-piccola come Perugia usare centinaia di migliaia di euro per una manciata di ciclisti significa sottrarre fondi a scopi ben più importanti».

L’ultimo miglio – Questo sistema di prestito, ricorda Casella, dottore di ricerca e un passato da docente di geografia economica al Politecnico di Milano, è nato per un preciso motivo: consentire agli utenti di percorrere “l’ultimo miglio” fra la stazione del trasporto pubblico (bus o treno) e il luogo di destinazione. Invece è stato quasi sempre applicato per un improbabile utilizzo di svago a lungo termine. «Il rischio – avverte – è che questo grande equivoco getti via tutto il modello della ciclabilità urbana, che è invece virtuoso». La ricetta, allora, sarebbe tornare a investire sull’uso delle bici personali, su maggiori rastrelliere e piste ciclabili e semmai su un sistema di depositi comunali.
Ma Perugia non si arrende, e tenta lo scatto verso un altro miglio. Se sarà davvero “l’ultimo” lo diranno gli utenti.

Autore

Giovanni Landi

Giovanni Landi è nato ad Agropoli nel 1990. Laureato in Giurisprudenza, è dottore di ricerca in Scienze Giuridiche. È giornalista praticante presso la Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia.