Tra gioielli e cene a tema: ma gli etruschi sono di moda?

La cultura, le abitudini, il modo di mangiare e anche quello di vestire: quando gli etruschi diventano un lavoro (ben retribuito)
Ulderico Pettorossi è un gioielliere archeologico, crea gioielli etruschi con tecniche che si credevano dimenticate. Sergio Grasso, invece, è un antropologo alimentare: grazie a lui, sappiamo come mangiavano gli etruschi. E possiamo anche cucinare quegli stessi piatti

Antichi eppure, in qualche modo, moderni. Gli etruschi in Umbria sembrano essere tornati di moda, complice qualche cena a tema dove i commensali sono specialmente stranieri (arrivati nella regione proprio alla ricerca di storia e tradizioni arcaiche) e qualche gioiello prezioso ma inconsueto. Esperienze a cavallo tra storia e tendenze per le quali si è disposti a spendere molto.
Così, oggi gli etruschi sono riusciti a conquistarsi una piccola nicchia di mercato. E si è tornati a dare importanza alle abitudini e al loro modo di vivere, a tratti anche innovativo. Basti pensare al ruolo delle donne: a differenza di quanto avveniva in Grecia, le etrusche potevano partecipare attivamente alla vita sociale, sapevano leggere e scrivere e potevano anche mantenere il proprio cognome da sposate.

Dimmi cosa mangi – Poche regole di base: coltivare le terre e mangiare quello che offrono. Ecco l’alimentazione degli etruschi, basata sull’economia del disponibile, ossia su ciò che trovavano in natura, nei boschi, nei laghi e nei fiumi. «Il paesaggio che vediamo intorno a noi è più o meno uguale a quello che vedevano gli etruschi. Ecco perché abbiamo conservato così tanto delle loro abitudini culinarie».
A spiegarcelo è Sergio Grasso, viterbese autore del libro Etruschi tra cucina e cultura: «Coltivavano ulivi, viti e grano – prosegue – hanno costruito una civiltà semi vegetariana, perché le carni erano riservate a chi andava a caccia (prerogativa di nobili e ricchi) o ai sacerdoti per i riti religiosi».
Quella di Sergio non è semplice curiosità per l’argomento, ma una passione e un lavoro ben più radicato: è infatti un antropologo alimentare che, da 20 anni a questa parte, fa ricerca e divulgazione degli aspetti storico-sociali dell’alimentazione e della psicologia dei consumi. Lui stesso si definisce un “gastrosofo”, ossia cultore e filosofo della cucina.
«Non abbiamo nessun documento, quindi è difficile ricostruire un ricettario di cosa mangiavano gli etruschi. Ma un’idea possiamo farcela».
Gli etruschi non sapevano friggere, ma cuocevano fra due tegole che funzionavo come una sorta di forno portabile: «Qui arrostivano pesci di lago e fiume – continua Grasso – mentre per le carni, sappiamo che sapevano affumicarle perché producevano prosciutti».
Alcune ricette etrusche sono ancora nelle nostre tavole, come il maiale selvatico che poteva essere cucinato farcito (ossia la nostra porchetta) oppure cotto allo spiedo. O ancora, come l’acqua cotta, una zuppa fatta di acqua insaporita con le verdure di campo, con l’aglio o con l’uovo.

Il gioielliere archeologico – Torgiano, lungo corso Vittorio Emanuele. Ulderico Giuseppe Pettorossi ci apre la porta del suo negozio: entrando si cambia epoca e si torna a produrre gioielli come facevano i nostri antenati etruschi.
«Sono un orafo, un artigiano – ci racconta– ma anche uno studioso e un grande appassionato di archeologia». In poche parole Ulderico è un gioielliere archeologico, un mestiere che nasce a metà dell’800, quando in alto Lazio e in maremma toscana venivano scoperte grandi tombe etrusche con corredi funerari ricchissimi, tra cui gioielli preziosi.
«Per anni studiosi e orafi dell’epoca hanno cercato di riprodurre le tecniche usate dagli etruschi – prosegue Ulderico – ma con scarsi risultati. Sono orgoglioso del mio lavoro perché, finalmente, ho scoperto come funziona la granulazione». Si tratta di una tecnica antichissima, proveniente dalle tombe in Mesopotamia e arrivata in Etruria nell’VIII secolo a.C. tramite scambi commerciali e culturali con fenici e greci. «Prima di riprodurre questi gioielli devo studiare, capire come ogni singolo elemento è inserito e collegato agli altri – conclude – servono mesi e mesi per realizzare una fibula oppure l’orecchino a disco tipico degli etruschi».
Un lavoro “sottovalutato” ma che comunque ha conquistato la sua piccola nicchia di mercato: «I prezzi devono essere comunque competitivi – conclude l’orafo – ma la cosa che costa meno, come un piccolo ciondolo dal peso di 3-4 grammi, parte dai 1500 euro».
Per spiegarci meglio la granulazione, Ulderico ci ha mostrato i passaggi principali.

Autore

Camilla Orsini

Classe 1991, giornalista praticante e pianista. Ha scritto di tecnologia ed economia per Wired, è collaboratrice de Il Messaggero nella cronaca di Terni, è stata stagista per News Mediaset, per La Repubblica nella redazione politica e al Tg1 in cronaca nazionale.